Il Free Trade Agreement, abbreviato in FTA, siglato nelle scorse settimane tra India e Unione Europea, ha fatto notizia sulle pagine dei giornali economici, senza probabilmente lasciar intuire al grande pubblico quanto dirompente sia negli equilibri della Supply Chain tra il continente asiatico ed europeo e quanto segni un punto di discontinuità forte per l’intera filiera logistica euro‑asiatica.
L’intesa, oltre a limare le barriere doganali e tariffarie sulle merci reciprocamente scambiate tra i due attori, fluidificando così i rapporti tra i due mercati, introduce una serie di standard normativi per consentire un interscambio strutturato tra industrie e mercati di sbocco tra India e Unione Europea.
A costituire il nodo più significativo del FTA sono proprio gli standard, sia ambientali, sia digitali, perché inevitabilmente avranno un impatto profondo sulle rotte commerciali, sulle infrastrutture portuali e sui modelli operativi delle compagnie di navigazione. Per gli operatori europei e per le industrie indiane si apre una fase di crescita dei volumi, ma anche di trasformazione obbligata verso pratiche più sostenibili e tracciabili.
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L’aumento previsto dei flussi containerizzati tra India e UE favorito dal FTA dovrebbe rafforzare le rotte che collegano il Subcontinente indiano ai principali hub del Mediterraneo e del NordEuropa.
I porti che ci si attende beneficeranno maggiormente saranno Rotterdam, Anversa, Hamburgo, il Pireo e Valencia; dovrebbero essere loro ad attrarre il grosso dei flussi in entrata dall’India grazie alla loro capacità di gestire grandi volumi, alla connettività ferroviaria e alla presenza di terminal altamente automatizzati.
Nel Mediterraneo, il Pireo consoliderà il ruolo di porta d’ingresso verso l’Europa centrale, mentre Valencia rafforzerà i collegamenti con la penisola iberica e il Maghreb.
Anche gli scali italiani, in particolare Genova e Gioia Tauro, potranno intercettare parte dei traffici grazie alla loro posizione sulle rotte Est‑Ovest e alla crescente domanda di servizi feeder verso il Nord Europa.
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L’accordo non si limita a facilitare gli scambi: esso include un’ampia sezione riguardante le pratiche industriali e relative al trasporto marittimo. Il Free Trade Agreement impone infatti un salto qualitativo nella gestione delle flotte e le compagnie che operano sulle rotte Asia‑Europa dovranno adottare sistemi digitali avanzati per il monitoraggio delle emissioni; per ottimizzare le rotte in ottica fuel‑saving dovranno essere maggiormente prese in considerazioni strategie di navigazione come lo slow steaming, cioè la navigazione a bassa velocità, ma soprattutto investimenti infrastrutturali in navi più efficienti e in scali portuali che consentano il cold ironing.
La pressione normativa spingerà l’adozione di carburanti alternativi, porterà molti attori a propendere per retrofit tecnologici e per una maggiore trasparenza e condivisione dei dati operativi – aspetto, quest’ultimo, molto carente nel settore marittimo. Il processo, seppur oneroso, dovrebbe ripagare gli sforzi in termini di affidabilità complessiva della catena logistica e, nell’intento dei suoi promotori, dovrebbe avere il fine ultimo di ridurre i rischi legati a interruzioni o non‑conformità.
CBAM: la leva che accelera la transizione
Elemento centrale del nuovo scenario aperto dal FTA tra Bruxelles e Delhi è il CBAM (Carbon Border Adjustment Mechanism), il meccanismo europeo che applica un costo alle importazioni in base alle emissioni incorporate nei prodotti.
Per le compagnie marittime, il CBAM si traduce nel dover dimostrare con precisione l’impronta carbonica delle merci trasportate e garantire che i processi a monte rispettino gli standard UE.
Il CBAM non riguarda solo merci ‘pesanti’ come acciaio, cemento o fertilizzanti: diventa un driver sistemico che obbliga l’intera supply chain a ridurre le emissioni e le compagnie che non si adegueranno rischiano ritardi, sovraccosti e perdita di competitività.
Ricadute positive per l’industria marittima globale
L’FTA, combinato al CBAM, potrebbe generare un effetto domino: gli operatori indiani dovranno modernizzare processi e tecnologie, mentre gli armatori europei saranno incentivati a investire in flotte più pulite.
Il risultato sarà una riduzione complessiva dell’impatto ambientale del trasporto marittimo, maggiore trasparenza nei flussi e un innalzamento degli standard globali. Per la logistica europea, ciò si traduce in corridoi più resilienti, porti più digitalizzati e un ecosistema competitivo fondato su sostenibilità e innovazione.



