La chiusura dello Stretto di Hormuz dovuta al conflitto Iran‑USA interrompe uno snodo da cui transita circa il 20% del petrolio mondiale e il 25% del GNL globale, come riporta l’IEA nel suo Oil Market Report.
Oltre ai carburanti, la crisi colpisce la disponibilità di nafta e GNL, fondamentali per la produzione di etilene e propilene, i due monomeri alla base della plastica moderna: la dipendenza strutturale delle filiere industriali dagli idrocarburi provenienti dal Golfo e dall’Asia orientale espone quindi l’economia globale a un rischio di shock sistemico immediato.
La dipendenza da Golfo e Asia: un rischio strutturale
Le concentrazioni critiche sono evidenti: Secondo PlasticsEurope, il 90% della plastica mondiale deriva da feedstock fossili, mentre la Cina controlla più del 30% della produzione globale di polimeri. Non stupisce se, in conseguenza, come afferma l’Eurostat Energy Balance, che l’Europa importi oltre 70 milioni di tonnellate annue di greggio dal Medio Oriente e dall’Asia.
La chiusura di Hormuz, in questo quadro, come agisce? Essa blocca i flussi di nafta diretti verso impianti sia europei che asiatici, innescando forti tensioni sui prezzi dei polimeri base: l’etilene spot ha già mostrato aumenti superiori al 15% nelle settimane successive alla crisi (ICIS Market Data). Le filiere della plastica, che operano con cicli di approvvigionamento lunghi e margini compressi, rischiano di subire rallentamenti produttivi nel giro di poche settimane.
Impatti industriali e civili: un materiale insostituibile
La plastica è essenziale in svariati settori critici: si va dall’edilizia all’automotive, dall’elettronica al packaging e al medicale.
L’UE nel 2023 utilizzava all’incirca 50 milioni di tonnellate all’anno di plastica, sempre secondo PlasticsEurope. Un’interruzione prolungata delle importazioni di idrocarburi può generare carenze di componenti, aumento dei costi dei beni di consumo e ritardi nelle forniture medicali.
La vulnerabilità delle supply chain, già emersa durante la pandemia, si ripresenta amplificata dalla dipendenza energetica.
Il riciclo come leva per la resilienza
Il riciclo può ridurre la dipendenza da feedstock fossili, ma la sua capacità sostitutiva è limitata. L’Australia è un caso emblematico: meno del 10% della plastica usata rientra nel ciclo produttivo nazionale, come sostiene l’Australian Department of Climate Change.
Costi elevati, contaminazione e scarsa capacità industriale impediscono di sostituire la plastica vergine. Anche in Europa, nonostante gli obiettivi del Circular Plastics Alliance, il riciclato copre solo il 10% della domanda totale di polimeri, dati della Commissione Europea del 2024.
Leggi anche:
Imballaggi: una filiera a rischio?
UE e Italia: progressi e limiti
L’UE ha imposto che entro il 2030 tutti gli imballaggi siano riciclabili e che una quota crescente contenga riciclato.
L’Italia è tra i Paesi più avanzati: nel 2024 ha avviato a riciclo oltre 1,1 milioni di tonnellate di imballaggi in plastica, secondo COREPLA, con un tasso vicino al 50%, superiore alla media europea.
Tuttavia, secondo ISPRA, solo una parte del materiale riciclato rientra in applicazioni ad alto valore, mentre la dipendenza da polimeri vergini importati resta significativa. La crisi di Hormuz rende più forte proprio la necessità di investire in tecnologie di riciclo avanzato, ridurre la contaminazione dei flussi e aumentare l’uso di riciclato nei settori industriali.



