Il conflitto iraniano, per via anche solo del coinvolgimento di Washington oltre che di Israele, rende la crisi innescatasi nello Stretto di Hormuz a sua volta non rubricabile come semplice ‘episodio regionale’. Si tratta, piuttosto, di un evento che incide in maniera evidente sulle fondamenta del commercio mondiale, coinvolgendo uno dei nervi più scoperti dei flussi energetici globali.
Attraverso Hormuz transita, come ripetuto mille volte, una quota essenziale del petrolio mondiale e ogni minaccia alla sua stabilità genera immediati aumenti dei prezzi di diesel e bunker, con effetti a catena su tutte le modalità di trasporto, oltre che sulle filiere produttive più disparate, da quella agricola alla farmaceutica, passando per la plastica.
La volatilità attuale, che rende difficile prevedere i costi anche a pochi giorni, è il primo segnale della natura sistemica della crisi, sfruttata dai Pasdaran come e meglio di una vera e propria arma militare.
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Il ruolo di Hormuz nel sistema logistico globale
Hormuz è uno dei principali choke point – ossia, colli di bottiglia – energetici del pianeta. Anche solo la percezione di rischio, nemmeno la sua chiusura, altera l’equilibrio tra domanda e offerta di greggio.
L’aumento dei prezzi del carburante che ne consegue è un impulso che si propaga lungo tutte le rotte commerciali, trascinando a fondo con sé le filiere che di quelle rotte si servono.
Gli appelli dell’IMO alla de‑escalation per evitare un deterioramento ulteriore della libertà di navigazione, nel generale quadro di una sicurezza marittima instabile per statuto, suonano ormai privi di qualsiasi forza.
Effetti immediati sul trasporto su gomma
Il diesel rappresenta una delle principali voci di costo per il trasporto su strada: l’impennata dei prezzi ha portato il Fuel Surcharge dal 28% al 52% in poche settimane, costringendo molti operatori ad abbandonare le tariffe all‑in.
È però difficile stare dietro ad ogni variazione in quanto le condizioni di mercato impongono aggiornamenti settimanali, validità delle tariffe ridotte nel tempo e, a complicare il conto, sono state introdotte ‘emergency fees’ del 10‑12%. La conseguenza è una perdita di prevedibilità che mina direttamente il lavoro di importatori e spedizionieri.
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Trasporto marittimo e infrastrutture
Il bunker, vale a dire il carburante per navi, segue la stessa dinamica del diesel. Le compagnie marittime trasferiscono gli aumenti tramite buffer economici (BAF e altri supplementi), con un impatto complessivo, nelle scorse settimane, tra il 5% e il 15% sui costi di spedizione.
Le tariffe vengono aggiornate con frequenza crescente e spesso sono valide per la singola spedizione, rendendo impossibile una stima generale dei costi stabile anche soltanto da una settimana all’altra.
Anche infrastrutture lontane da Hormuz, come il Canale di Panama, vivono uno stato di tensione: gli slot – i passaggi – d’asta sono passati dall’essere quotati 135.000‑140.000 dollari a circa 385.000, con picchi oltre il milione. È la dimostrazione che una crisi energetica di portata globale è in grado di interessare direttamente i flussi e di mettere sotto pressione ogni nodo strategico in giro per il pianeta.
Conseguenze sulle supply chain e natura “globale” della crisi
La combinazione di costi crescenti, volatilità e riduzione delle finestre di validità tariffaria rende complessa ogni attività di pianificazione, per cui le supply chain si trovano a gestire un’incertezza che è strutturale, con margini di profitto completamente erosi e rischi assicurativi in aumento – tanto che alcuni Paesi, come l’India, stanno creando pool nazionali per ridurre la dipendenza da operatori esteri.
La crisi di Hormuz innescata dal conflitto scatenato da Israele e dagli USA è un evento mondiale: siamo di fronte ad un fattore destabilizzante che coinvolge energia, trasporti, assicurazioni e infrastrutture. Per questo può essere assimilata a un evento bellico di scala mondiale, capace di influenzare l’intero sistema logistico più di quanto farebbe un conflitto confinato a un’unica regione.



