“Come azienda appaltatrice riceviamo spesso domande, richieste da parte dei committenti sulle regole che regolano l’appalto e i contratti d’appalto. Ci sono sempre interpretazioni differenti, non soltanto di chi opera nel settore ma anche di chi fa le visite ispettive.” Annalisa Cavallo, amministratore delegato di ManHandWork, spiega l’esigenza che ha motivato l’evento “Appalto consapevole – Norme, modello, valore“, organizzato il 10 giugno presso l’NH Collection Milano CityLife da ManHandWork in collaborazione con ADAPT.
Dalla constatazione costante della “fame” di informazioni lungo tutta la filiera è nata l’idea di organizzare un convegno e di pubblicare il volume “Appalto Consapevole. Una guida per orientarsi tra norme, modelli e valore”. “L’obiettivo, spiega Cavallo, è quello di offrire uno strumento che aumenti la consapevolezza sulle norme che regolano gli appalti e che aiuti le aziende a scegliere l’appaltatore giusto e la tipologia di contratto da applicare con esso”.

Norme e operatività: una distanza da colmare
Il filo conduttore della giornata, che ha riunito committenti, operatori logistici e giuslavoristi, è stato proprio questo: la necessità di colmare la distanza tra la complessità normativa e la realtà operativa di chi gestisce appalti in un settore ad alta intensità di manodopera e, oggi, ad altissima intensità tecnologica.
Su questo punto è intervenuta Giada Benincasa, vice-presidente della Commissione di certificazione DEAL-UniMoRe per ADAPT, che ha puntato l’attenzione su un nodo specifico: “Il quadro normativo in ambito appalti risulta molto complesso proprio perché spesso sembra non potersi più applicare ai contesti moderni in cui ci sono le tecnologie.”
Concetti come eterodirezione ed eteroorganizzazione, ha spiegato, “spesso sembrano forzati se li applichiamo alle tecnologie riconducibili ai committenti” — un problema che si aggrava nella logistica, dove l’evoluzione digitale corre più veloce delle categorie giuridiche.
Benincasa ha indicato nella certificazione dei contratti d’appalto una possibile via d’uscita dall’incertezza interpretativa: rivolgersi a un ente terzo, anche universitario, per “accertare che si tratta di un vero appalto genuino e non invece di una somministrazione irregolare di manodopera”.
I numeri della “buona” terziarizzazione
A portare i numeri è stato Damiano Frosi, direttore dell’Osservatorio Contract Logistics del Politecnico di Milano, con una correzione di prospettiva netta: “Si è parlato spesso di terziarizzazione intorno al 43% come valore nel nostro paese, ora però è il momento di parlare di buona terziarizzazione.”
E la buona terziarizzazione, secondo l’analisi di 14.000 contratti condotta dall’Osservatorio, si misura in trasparenza: la condivisione di informazioni tra committente e fornitore ha superato l’80%, estendendosi dai volumi alla capacità operativa del fornitore fino a indicatori di sostenibilità ambientale e sociale.
“Questo è un elemento importantissimo perché sposta l’obiettivo di riduzione dei costi” verso altri aspetti — best practice, innovazione, servizi che escono dal perimetro tradizionale della logistica, dal co-packing al customer service — “possibili soltanto con un approccio appunto di buona terziarizzazione.”




