Costo dell’energia al limite della sopportabilità, infrastrutture da rivedere, concorrenza sleale, transizione tecnologica difficile da completare: sono solo alcune delle questioni che devono affrontare le imprese italiane dell’autotrasporto, un settore polverizzato, con decine di migliaia di piccole imprese incerte sul futuro che le attende.

 

Grandi e piccole aziende: prospettive differenti

Le prime, con maggiori risorse, puntano a investire in nuovi mezzi e chiedono norme che consentano loro di ampliarsi ulteriormente per inseguire i leader internazionali sul terreno della competizione.

I padroncini, proprietari del mezzo che guidano e numericamente molto importanti, preferiscono agire con prudenza.

Una strategia che, finora ha dato i suoi frutti: garantendo flessibilità ai grandi per i quali spesso lavorano, le piccole aziende possono permettersi di fare resistenza su aspetti quali, per esempio, la richiesta di una transizione tecnologica troppo accelerata visto che i mezzi pesanti elettrici per le lunghe distanze ancora non sono disponibili, quelli a idrogeno men che meno e i propulsori endotermici a metano liquido hanno mostrato la corda per via dell’aumento che ha colpito questo tipo di carburante.

Un rapporto irrisolto

È ormai opinione diffusa che la nuova domanda di efficienza presupponga un aumento dei costi del trasporto o quanto meno una radicale revisione organizzativa che dovrà interessare le ribalte dei magazzini da un lato e le PMI dell’autotrasporto dall’altro.

Questo ultime, in particolare, dovranno procedere nel processo di aggregazione che ha portato al successo le forme consortili con le quali anche il singolo padroncino può diventare interlocutore di un grande committente, accedere a garanzie sul credito e a facilitazioni sia nell’acquisto di nuovi veicoli con i quali procedere al rinnovo della flotta sia di carburanti o dotarsi di magazzini adeguati alla domanda del mercato.

Il costo del carburante

Per via delle accise che incidono in Italia in maniera spropositata rispetto ad altri paesi Ue, nel nostro Paese quella del carburante rimane l’uscita di maggior peso per un’azienda di autotrasporto e non solo se ci si pone a confronto con i soliti paesi dell’Est.

Aver allargato le frontiere dell’Unione ha rappresentato certamente molti vantaggi per l’economia ma ha fatto sorgere problemi nuovi che hanno danneggiato, tra gli altri, proprio i più piccoli autotrasportatori incapaci di volgere la novità a loro favore, come invece successo a chi hai trasferito l’impresa o parte di essa altrove, al pari di molte industrie produttive.

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In cerca di managerialità

Purtroppo, le imprese italiane dell’autotrasporto condotte con un moderno piglio manageriale sono ancora troppo poche rispetto all’importanza che il trasporto su gomma ha per la nostra economia, da qui il rivolgersi della committenza altrove in cerca di maggiore professionalità o costi inferiori.

Se guardiamo chi ce l’ha fatta anche tra le PMI, salta all’occhio che, nella maggior parte di casi, si tratta di aziende specializzate nel trasporto di prodotti chimici, di alimenti a temperatura controllata, di apparecchiature hi-tech.

Aziende che, al mero trasporto, hanno affiancato l’offerta di servizi logistici operati all’interno di magazzini moderni, dove la merce viene stoccata e monitorata di continuo per portare a termine anche le consegne su indicazione della clientela: aziende che hanno scelto la via della terziarizzazione preferendo concentrarsi sul proprio core business.

Perché mancano autisti

Tra i tanti problemi che l’autotrasporto italiano deve affrontare vi è la carenza di autisti, fenomeno con cause diverse e sul quale non tutti la pensano allo stesso modo, come appare evidente dai servizi pubblicati nelle pagine che seguono.

C’entra di sicuro anche la Carta di Qualificazione del Conducente, l’abilitazione che i driver devono conseguire oltre alle varie patenti professionali, che ha un costo non indifferente non sempre sostenibile da un giovane che volesse praticare questa professione.

Ma la CQC non sembra l’ostacolo principale. Il settore ha perso di attrattiva pure per il crollo dei prezzi causato dalla concorrenza sleale.

L’allargamento dell’Unione europea ha fatto sì che si proponessero al mercato continentale autisti dal costo parecchio inferiore a quello di un conducente italiano.

Per non parlare delle ancora pessime condizioni di vita che un camionista deve sopportare soprattutto sulla “linea”, i lunghi itinerari per percorrere i quali è necessario effettuare pause di riposo in ambienti spesso squallidi, privi di servizi alla persona, o addirittura pericolosi.

 

Si stenta ad andare avanti

Alcune imprese, anche piccole e medie, hanno saputo stare al passo con i tempi investendo nel momento giusto per inserirsi in specializzazioni del trasporto su gomma che le ha messe al riparo dalla concorrenza più esasperata.

Ci riferiamo a soluzioni di managerialità non ancora diffuse nel settore e che dovrebbero diffondersi.

Aumentano del resto le aziende ben organizzate che sanno fare buon uso di sistemi manageriali e che tuttavia sono ancora piuttosto rare da reperire in Italia. La situazione è anche frutto di un’eredità sociale.

Per molto tempo l’autotrasporto è stata una delle valvole di sfogo delle crisi che si sono periodicamente succedute e che hanno espulso dalle fabbriche negli anni ’70 e ’80 tanti individui che hanno trovato rifugio qui come nel piccolo commercio, negli esercizi pubblici o altro con una professionalità fai da te.

I costi minimi spariti

A complicare le cose nel rapporto già spesso conflittuale tra committenti e fornitori di servizi di trasporto su gomma è stata la diatriba sui cosiddetti “costi minimi” che contribuivano a determinare le tariffe.

Come si ricorderà la Corte Costituzionale nel 2018 ha ritenuto logico il concetto che li distingueva nonostante la precedente sentenza della Corte di Giustizia europea lo avesse incrinato. Il provvedimento della Corte Costituzionale è arrivato tardi perché nel frattempo li si era cancellati su pressione della committenza che temeva un proliferare delle rivalse.

Se rischia il committente

Ma qual è l’adeguata remunerazione? Per definirla si rischiano vertenze legali dall’esito incerto.

Ecco perché a porsi il problema sono i manager che guardano avanti e che vogliono evitare incidenti di percorso che potrebbero obbligarli a rifondere danni dal valore ben superiore al risparmio offerto da tariffe al ribasso.

Il piccolo committente occasionale non ha neppure coscienza del tipo di guaio al quale potrebbe andare incontro pagando troppo poco il trasporto della sua merce, ma le grandi industrie sì, tanto che alcuni brand hanno dato vita all’Osservatorio Transport Compliance Rating individuare attraverso un’analisi del rischio di quali aziende di autotrasporto ci si può fidare.

Antonio Massa

 

 

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