Attenzione all’economia del mare, la cosiddetta ‘Blue economy’. Per l’Italia quello marittimo è un settore che pesa parecchio, eppure, stando a quanto lamentato da Federlogistica-Conftrasporto, il Dipartimento per la programmazione e il coordinamento della politica economica della Presidenza del Consiglio se ne starebbe dimenticando.

Negli scorsi giorni è infatti stata resa nota la proposta intitolata ‘L’Italia e la risposta al Covid-19’, nella quale, su 150 pagine, al settore marittimo non sarebbero dedicate che poche righe.

Crisi del settore marittimo e della logistica

Durante questa pandemia sono emersi diversi punti che occorrerebbe affrontare per consentire a porti, armatori e logistica di non rimanere impantanati.

Dalle crociere ai collegamenti con le isole, dalle concessioni portuali alla semplificazione della burocrazia amministrativa e dei controlli, senza contare la centralità che andrebbe data in questo momento alle Autorità di sistema portuale più che a quelle territoriali. 

Secondo Federlogistica-Conftrasporto, l’articolata analisi prodotta dal Dipe si concentra su proposta normative per i settori autostradali ed aeroportuale, ma trascura quello marittimo.

Tra le opere pubbliche dimenticate, Federlogistica cita, ad esempio, i dragaggi dei fondali, senza i quali le navi oltre un certo tonnellaggio non saranno più in grado di entrare nei porti.

Blue economy, quanto vale

La Blue economy in Italia vale quasi 50 miliardi di euro, più del 3% del Pil, con 900mila occupati.

Non va poi dimenticato che ad essa sono legati anche altri settori, come quelli della cantieristica navale e della logistica.

In merito a quest’ultima si può ricordare anche la necessità di adeguare e potenziare le infrastrutture stradali e ferroviarie che servono i porti, con tutto l’indotto che queste opere sarebbero in grado di generare.

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