Ristoranti chiusi, possibilità di fare la spesa contingentata e, comunque, più facile da farsi per chi abita nei centri urbani che in provincia o in campagna. Se poi pensiamo alle distanze di Paesi come gli Stati Uniti, questo diventa ancora più difficile da gestire e la risorsa principale in tempi di lock down diviene l’acquisto on line, con seguente recapito a domicilio.

Per dare l’idea, il settore ‘grocery’ statunitense ha registrato un incremento del 100% degli ordini virtuali di prodotti alimentari rispetto allo stesso mese del 2019, e, dato da non sottovalutare, un’indagine condotta sui consumatori americani ha evidenziato come il 46% di loro è propenso a continuare con questa modalità anche nel post-Covid-19.

Si pone però un punto, che emerge con violenza negli Stati Uniti e che potrebbe manifestarsi nel settore del food anche da noi: la necessità di aumentare il ‘cold storage’, ossia lo spazio per conservare alimenti congelati.

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Cold storage, in crescita già prima del lock down

In tempi non sospetti, la CBRE di Los Angeles aveva analizzato la crescente domanda di consegne a domicilio per il comparto food negli USA. Nel maggio 2019, un anno fa, la logistica dello stoccaggio a freddo degli alimenti vedeva una prospettiva di incremento sui successivi 5 anni eclatante.

La domanda prevista allora – ad oggi andrebbe ricalcolata in seguito agli effetti della pandemia sulle abitudini alimentari – avrebbe infatti generato la necessità di trovare tra i 7 ed i 10 milioni di metri quadrati di spazio da destinarsi alla catena del freddo.

Si tratta, di fatto, del volume che andrebbe occupato da abbattitori e freezer industriali; questa sarebbe per altro solo la ricaduta più evidente.

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Alimenti surgelati, l’impatto a medio termine

Le conseguenze della domanda di ricevere scorte di alimenti congelati a casa, come di ordinare pasti pronti a domicilio, avrebbe una serie variegata di effetti sul settore.

Per esempio, lo studio fa notare come la facile diffusione dell’e-commerce alimentare tramite le reti sociali possa far lievitare la necessità di avere un’infrastruttura del freddo più capace delle attuali, con una ricaduta anche sul controllo dell’impatto ambientale delle stesse.

Le reti di distribuzione dovrebbero poi dotarsi di punti di conservazione refrigerata che coprano più capillarmente il territorio, in modo da avvicinare la merce al cliente finale, mentre cambierebbe radicalmente la dinamica lavorativa dei ristoranti: meno ingressi fisici pasti preparati sul momento, più take away o asporti.

Le società che riforniscono gli stessi ristoranti potrebbero rivolgersi allo sviluppo di una seconda filiera del freddo, forse anche rivolta direttamente ai consumatori.

Inevitabilmente, si parla poi di automazione, in modo da ridurre i costi ed i tempi dei processi (e, adesso, anche la suscettibilità al contagio).

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Una sfida per la logistica del food

L’ostacolo più grande sono gli investimenti, in quanto le macchine che servono per mantenere i cibi garantendo la catena del freddo costano molto, ben più che non allestire una normale sala ristorante.

Tuttavia è una prospettiva da tenere sotto controllo, in quanto sono diverse le catene anche di supermercati che si sono convertite alle consegne tramite acquisto on line durante la pandemia, e molte potrebbero rimanere impostate in questo modo anche in futuro.

Per la logistica vorrebbe dire implementare una forte connessione tra chi produce, trasporta, imballa o confeziona e distribuisce gli alimenti: cose che già si fanno, ma che potrebbero cambiare scala o tempi di risposta di fronte alla domanda.

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