Nel settore logistico la trasformazione digitale viene spesso associata a prodotti concreti come i veicoli autonomi, l’intelligenza artificiale e le piattaforme avanzate di gestione – digital twins, WMS e via discorrendo; di conseguenza, i margini da risicare per limare le inefficienze sono spasmodicamente cercati in queste applicazioni.
In realtà, una parte consistente dell’inefficienza che ancora caratterizza il trasporto europeo nasce da un problema molto più elementare: la persistenza di documenti cartacei, di procedure duplicate e di sistemi informativi che non comunicano tra loro.
Se il movimento fisico delle merci è diventato sempre più veloce, il trasferimento delle informazioni che le accompagnano continua spesso a procedere con logiche del passato. Non è insolito che documenti di trasporto, certificazioni, autorizzazioni e dati doganali vengano reinseriti più volte lungo la filiera, generando ritardi, costi amministrativi e moltiplicando le possibilità di errore.
È proprio su questo terreno che l’Unione Europea sta concentrando una parte significativa dei propri sforzi normativi, con l’obiettivo di costruire una supply chain basata sul dato e non più sul documento.
Il paradosso della logistica europea
La logistica europea si trova oggi in una situazione apparentemente contraddittoria: infatti, se da un lato gestisce catene di approvvigionamento globali che richiedono visibilità in tempo reale, dall’altro continua ad affidarsi a processi documentali spesso frammentati.
La Commissione Europea osserva che il trasporto merci è ancora caratterizzato da una forte eterogeneità nella gestione delle informazioni tra Stati membri, operatori e modalità di trasporto.
Ogni passaggio di consegne può richiedere la trasmissione degli stessi dati attraverso sistemi differenti, creando inefficienze che incidono direttamente sulla competitività del settore.
Per comprendere la portata del fenomeno basta guardare ai porti europei. Secondo la Commissione, ogni anno le navi effettuano milioni di operazioni amministrative correlate agli scali, fornendo ripetutamente le stesse informazioni su equipaggi, merci e caratteristiche dell’unità navale a diverse autorità. Una mole di attività che, fino a pochi anni fa, veniva gestita attraverso piattaforme nazionali spesso sviluppate secondo logiche non uniformi.
L’Europa accelera sulla digitalizzazione
Per superare questa frammentazione, Bruxelles ha avviato nell’ultima decade un percorso normativo destinato a trasformare radicalmente la gestione delle informazioni lungo la supply chain.
Uno dei pilastri di questa strategia è il Regolamento UE 2020/1056 o ‘eFTI’ (Electronic Freight Transport Information), che introduce un principio semplice ma destinato ad avere un impatto significativo: le autorità degli Stati membri dovranno accettare informazioni sul trasporto merci fornite in formato elettronico attraverso piattaforme certificate.
Secondo la Direzione Generale Mobilità e Trasporti della Commissione Europea (DG MOVE), la piena adozione dell’eFTI potrebbe generare fino a un miliardo di euro di risparmi annui per il settore europeo dei trasporti e della logistica grazie alla riduzione degli oneri amministrativi, delle attività manuali e degli errori documentali.
Per uno spedizioniere internazionale, questo significa poter condividere dati relativi a carico, vettore e percorso una sola volta, rendendoli accessibili ai soggetti autorizzati senza dover produrre documentazione separata per ciascuna autorità coinvolta.
Il caso dei porti europei
La stessa filosofia ispira l’European Maritime Single Window Environment (EMSWe), il sistema istituito dal Regolamento (UE) 2019/1239 che mira ad armonizzare le procedure di reporting nei porti dell’Unione.
Secondo la Commissione Europea, l’EMSWe consentirà agli operatori marittimi di utilizzare interfacce e modelli dati standardizzati in tutti i porti europei. La stima è significativa: tra 2,2 e 2,5 milioni di ore di lavoro amministrativo risparmiate ogni anno e una riduzione dei costi compresa tra 62 e 72 milioni di euro.
Per comprendere l’impatto pratico, si può immaginare una nave container in partenza da Singapore e diretta prima a Genova e poi a Rotterdam: in passato l’operatore poteva trovarsi a interagire con sistemi differenti, dataset non uniformi e requisiti nazionali specifici.
L’obiettivo dell’EMSWe è rendere il dato interoperabile lungo tutto il percorso, riducendo le duplicazioni e favorendo una gestione più fluida delle operazioni portuali.
Quando il dato diventa infrastruttura
La vera novità, tuttavia, non riguarda soltanto la sostituzione della carta con un file digitale: la sfida consiste nel trasformare il dato in una risorsa condivisa e riutilizzabile lungo l’intera filiera.
Quando le informazioni su una spedizione riescono a transitare senza interruzioni tra porto, terminal ferroviario, vettore stradale, operatore logistico e autorità di controllo, il dato smette di essere un semplice adempimento amministrativo e diventa un fattore produttivo.
È qui che si misura il salto culturale richiesto alla logistica europea. La digitalizzazione non consiste nell’archiviare documenti in formato elettronico, ma nel costruire un ecosistema in cui ogni informazione venga generata una sola volta e possa accompagnare la merce lungo tutto il suo percorso.
Nei prossimi anni la competitività della supply chain europea dipenderà sempre più da questa capacità: non soltanto trasportare merci in modo efficiente, ma rendere i dati altrettanto veloci, accessibili e interoperabili.




