La chiusura dello Stretto di Hormuz da parte dell’Iran, come arma di difesa e ricatto nei confronti degli Stati Uniti e dell’Occidente tutto, ha l’ormai chiaro effetto di mettere sotto stress uno dei passaggi marittimi più strategici al mondo.
È divenuto di comune dominio che attraverso questo corridoio transiti circa il 20% del petrolio consumato globalmente, oltre a una quota significativa di gas naturale liquefatto proveniente dal Qatar. Si trascura però sempre quale sia l’effettivo impiego di questi idrocarburi che vengono esportati attraverso lo stretto passaggio per il Golfo Persico: ad esempio, per il settore farmaceutico, il petrolio non è solo e semplice carburante, ma è, piuttosto, materia prima per solventi, composti chimici intermedi e componenti essenziali nella produzione di principi attivi (API).
La crisi non ha ancora generato carenze tangibili, ma ha già provocato un aumento dei costi del trasporto marittimo e assicurativi, con alcune compagnie che hanno deviato le rotte circumnavigando l’Africa, come già accaduto con la crisi del Mar Rosso provocata dagli Houthi. Questo allunga i tempi di consegna di 10–14 giorni e aumenta i costi fino al 30%, con effetti a cascata su tutta la filiera.
Gli Stati Uniti: scorte solide, ma costi in aumento
Gli Stati Uniti, grazie a un sistema di scorte più robusto rispetto ad altri Paesi, non temono nell’immediato un esaurimento dei medicinali. La Casa Bianca ha imposto la creazione di una riserva strategica di 26 farmaci critici, tra cui antibiotici, antidoti, analgesici e farmaci oncologici di prima linea.
Tuttavia, la stabilità dell’offerta non elimina le pressioni economiche. Circa il 35% dei farmaci viaggia via cargo aereo e il costo del carburante per l’aviazione è aumentato del 40% nelle settimane successive alla chiusura dello Stretto. Le compagnie hanno cancellato o ridotto i voli che attraversano il Medio Oriente e quelle mediorientali si trovano direttamente coinvolte nelle zone di conflitto, riducendo la capacità globale di trasporto.
Il risultato è un incremento dei prezzi di spedizione fino al 60% su alcune tratte: gli USA, per altro, dipendono per le forniture di precursori proprio da Cina e India, le cui esportazioni per via aerea normalmente fanno scalo proprio in Medio Oriente. La serie di ritardi e di sovrapprezzi che ne deriva si riflette già su farmaci ad alto consumo come l’aspirina, i FANS e alcuni chemioterapici generici, che dipendono da consegne frequenti e hanno margini ridotti.
La vulnerabilità dei generici e il rischio di abbandono del mercato
Una parte significativa dei medicinali generici destinati a Stati Uniti ed Europa viene prodotta in India, che esporta oltre il 20% dei farmaci generici mondiali. Molti di questi prodotti viaggiano proprio attraverso lo Stretto di Hormuz.
I generici sono particolarmente vulnerabili perché operano con margini minimi: un antibiotico generico può avere un margine netto inferiore al 3% e un aumento dei costi logistici o energetici può rendere antieconomica la produzione.
Secondo un’analisi del 2025 dell’Office of the Assistant Secretary for Planning and Evaluation, i generici entrano in carenza due volte più spesso dei farmaci di marca. La crisi attuale potrebbe accelerare il ritiro dal mercato di molecole considerate ‘low value’, come alcuni antiepilettici, anticoagulanti e antibiotici di base, già soggetti a interruzioni cicliche.
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Il pericolo dell’accumulo e la lezione della pandemia
La tentazione di accumulare scorte, soprattutto da parte di ospedali e grandi distributori, rischia di aggravare la situazione. D’altronde, non serve tornare tanto indietro per ripescare un esempio di tale dinamica: durante la pandemia di Covid‑19, l’acquisto compulsivo di farmaci da banco come paracetamolo e ibuprofene portò a carenze artificiali nel giro di pochi giorni.
Oggi il rischio è simile: se gli ospedali aumentano gli ordini del 20–30% per timore di future carenze, i produttori potrebbero non essere in grado di soddisfare la domanda, generando un effetto domino. Gli esperti raccomandano invece un approccio basato sulla sorveglianza attiva, monitorando lead time, ritardi nei container, variazioni dei costi e disponibilità dei fornitori.
Alcuni sistemi sanitari statunitensi stanno già implementando dashboard interne che integrano dati di logistica, ordini e previsioni di consumo, riducendo del 15% il rischio di overstocking.
Il sistema regge, ma inizia a mostrare crepe
La crisi di Hormuz non ha ancora prodotto un collasso dell’approvvigionamento farmaceutico, ma ha evidenziato la dipendenza del settore da rotte e risorse altamente concentrate. La combinazione di tensioni geopolitiche, aumento dei costi energetici, fragilità dei generici e vulnerabilità logistica sta accelerando la necessità di strategie di resilienza: diversificazione delle rotte, produzione near‑shoring, scorte intelligenti e accordi multilaterali di sicurezza della supply chain.
Il sistema regge, ma le crepe sono visibili. E la crisi attuale potrebbe essere solo un’anticipazione di shock futuri in un settore che non può permettersi interruzioni.



