Tutti attendevano l’ufficializzazione di quanto pattuito tra Bruxelles e Washington in quanto ai dazi sull’export europeo verso gli USA: quanto emerso il 27 luglio scorso dall’incontro fra il presidente Trump e ed Ursula Von Der Leyen in Scozia in parte rivedeva le tariffe doganali imposte dalla Casa Bianca sulle diverse categorie di merci europee – tra cui molte strategiche a livello industriale, come acciaio, alluminio, prodotti agroalimentari e beni di lusso – con l’obiettivo dichiarato di proteggere l’industria nazionale a stelle e strisce.
Il botta e risposta con la UE a suon di misure compensative aveva generato un clima di incertezza per le imprese esportatrici, in particolare le PMI italiane, alimentato dall’assenza di un documento definitivo e dalla continuo rimettere in discussione le decisioni prese da parte di ‘The Donald’.
A quattro settimane dalla dichiarazione scozzese, è stato finalmente rilasciato un documento congiunto, dal quale emergono ‘gioie e dolori’ con cui avranno a che fare le imprese nei vari settori.
L’accordo definitivo: cosa prevede
In un incontro del 21 agosto a Bruxelles sono emersi i punti che andranno, ancora, formalizzati in un documento vincolante giuridicamente, ma di cui costituiscono comunque la base: si tratta dell’accordo definitivo tra USA e UE, volto a superare parzialmente le barriere tariffarie e a ristabilire un qualche equilibrio commerciale.
Di fatto, il quadro che viene definito chiaro per le imprese sia da Bruxelles, sia da palazzo Chigi, si basa sul dazio minimo del 15%, confermato per la maggior parte delle categorie merceologiche, tra cui quella degli alcolici, della birra e del vino – nota decisamente dolente per l’Italia e sulla quale Bruxelles promette di tornare in tempi futuri.
Su un’altra questione saliente, come quella dell’acciaio e dell’alluminio, che dal 18 agosto colpisce con una tariffa del 50% componenti che poi si ritrovano dall’Automotive ai passeggini, di fatto le due potenze si sono accordate per quote di importazione controllate e un sostanziale patto di non sovrapposizione strategica per tutelare le rispettive industrie.
Le notizie migliori riguardano tutti quei prodotti e quelle risorse naturali definite ‘non disponibili’ per le quali Washington si è impegnata ad applicare solo il dazio-base secondo la clausola della ‘Nazione più favorita’: nell’elenco si trovano sughero, aeromobili, farmaci di base e loro precursori chimici.
Sempre i farmaci, a prescindere dall’esito dell’indagine della Sezione 232, rimarranno sotto l’egida di una tassazione al 15%.
Chi ‘festeggia’ è il comparto auto, che dal 27% vede il proprio dazio ridursi al 15%.
Altri punti citati sono l’esclusione dai dazi i per beni di lusso e moda, inclusi occhiali, gioielli e pelletteria, l’impegno reciproco a non introdurre nuove tariffe senza consultazione bilaterale la creazione di un comitato congiunto per monitorare l’equilibrio commerciale e risolvere controversie.
Gli impegni reciproci: corsie preferenziali e investimenti
Il raggiungimento dell’accordo poggia, nei fatti, su uno scambio di impegni reciproci.
Bruxelles ha dovuto impegnarsi ad eliminare tutti i dazi sui beni industriali a stelle e strisce, oltre che a promettere di investire 700 miliardi di euro sino al 2028 nell’acquisto di prodotti energetici dagli USA – gas GNL, petrolio, nucleare.
Inoltre, i centri di calcolo europei acquisteranno a loro volta 40 miliardi in valore in chip per l’intelligenza artificiale, mentre la Difesa è un altro settore che si vincolerà a pacchetti di acquisiti da Washington.
Anche le aziende del Vecchio Continente investiranno circa 550 miliardi di euro nei settori strategici USA da oggi al 2029, mentre, dal punto di vista dell’import di prodotto agroalimentari, Bruxelles varerà dei corridoi preferenziali per prodotti ittici, agricoli, caseari e ortofrutticoli.
Imprese italiane: ripercussioni e reazioni
Secondo Confartigianato, le PMI italiane sono tra le più esposte agli effetti dei dazi, data la loro forte vocazione all’export. Alcuni settori hanno iniziato a risentirne già solo in vista dell’elezione di Trump, come quello agroalimentare, che ha registrato un calo del 12% nelle esportazioni verso gli USA nel 2024.
La Moda e gli accessori hanno invece visto una riduzione del 9% nel primo semestre 2025, mentre il comparto metalli e meccanica vive rallentamento del 7% su base annua.
Disporre di un accordo ‘stabile’ rappresenta, da un lato, un sollievo per molte imprese, ma non cancella le difficoltà strutturali e rimane ben presente la richiesta di un’Europa più incisiva e di un’Italia più snella.
Intanto, emergono le strategie di reazione delle PMI italiane, le quali, in attesa dell’accordo, hanno cercato nuovi sbocchi commerciali sui mercati internazionali. I dati di Confartigianato mostrano che nei primi quattro mesi del 2025 le esportazioni italiane sono cresciute del +5,3% in 25 mercati extra-USA.
I principali Paesi in crescita in questa classifica sono gli Emirati Arabi (+20,9%), il Brasile (+14%), la Svizzera (+13,1%), la Spagna (+10,6%) e l’Arabia Saudita (+9,6%).
Proprio le PMI hanno contribuito in modo significativo, con 3,5 miliardi di export negli Emirati Arabi, 1,3 miliardi in Arabia Saudita e 857 milioni in Brasile.
Confartigianato stima che, se il trend impostato nel primo quadrimestre dell’anno dovesse proseguire, questi mercati potrebbero generare 20,4 miliardi di euro di export aggiuntivo nel 2025, compensando in parte il calo negli USA.
Intanto, altro punti di interesse per le imprese, l’accordo prevede che l’UE promuova la competitività di queste ultime attraverso uno snellimento burocratico, l’accesso facilitato al credito e la riduzione del costo dell’energia, oggi superiore del 28% rispetto alla media europea.
Gli Stati Uniti, dal canto loro, si impegnano a garantire trasparenza e stabilità normativa per gli esportatori europei.