Scenari instabili, supply chain fragili, reti da configurare. Per far fronte ai dazi, le aziende si trovano davanti a scelte strategiche che puntano a ridisegnare le catene di fornitura globali. Servono nervi saldi e gli strumenti giusti. Alla scoperta del tariff engineering.
In un contesto geopolitico caratterizzato da incertezza crescente e frequenti oscillazioni tariffarie, le supply chain globali sono sempre più fragili e costose. In questo contesto, le aziende fanno un uso crescente delle soluzioni di tariff engineering, definito come la riprogettazione delle catene di fornitura — dalla scelta di componenti e fornitori, fino alla classificazione del prodotto e alla gestione del concetto di origine— per ridurre l’esposizione a dazi ed altri fattori di natura legale e fiscale. I ricercatori del Dipartimento di Management dell’Università di Verona (Lorenzo Prataviera, Ivan Russo, Benedetta Baldi) hanno esplorato come il tariff engineering possa facilitare nuove configurazioni di rete (scelte di fornitura, localizzazione produttiva, design di prodotto) per attenuare l’impatto dei dazi pur rimanendo all’interno del perimetro della legalità normativa. Le prime evidenze sono state presentate durante la recente conferenza organizzata nel mese di ottobre 2025 dal Council of Supply Chain Management Professionals (CSCMP) al National Harbor (Maryland, Stati Uniti).
Un mondo che cambia
All’inizio del 2025, il ritorno di Donald Trump alla presidenza degli Stati Uniti ha marcato una serie di cambiamenti nella politica interna ed estera del paese; tra questi, l’innalzamento di barriere tariffarie tramite l’introduzione di nuovi dazi doganali sta ridisegnando gli scambi internazionali e le catene del valore globali. In principio, non si tratta di niente di radicalmente nuovo. I dazi doganali rappresentano tasse all’importazione (e talvolta esportazione) di beni, prodotti e servizi, introducendo limitazioni alla libera circolazione di materie prime, semilavorati, e prodotti finiti attraverso le dogane di tutto il mondo. Per un Paese a vocazione esportatrice come l’Italia, con un valore delle esportazioni nel 2024 superiore ai 600 miliardi di euro, l’imposizione di nuovi dazi rappresenta una sfida significativa, a maggior ragione se introdotti da un paese come gli Stati Uniti che rappresenta la seconda destinazione a livello mondiale per l’export italiano (circa il 10% del totale).
Un po’ di storia
Nel corso del Novecento, i dazi sono stati utilizzati in svariati modi e da numerosi paesi per proteggere le industrie locali e generare entrate fiscali supplementari. Tuttavia, dopo la tragedia del protezionismo degli anni Trenta – l’innalzamento delle tariffe statunitensi aggravò la Grande Depressione – il nuovo assetto geopolitico emerso dopo la Seconda Guerra Mondiale ha avviato un processo di progressiva liberalizzazione.
La stipula dell’Accordo generale sulle tariffe doganali e sul commercio (General Agreement on Tariffs and Trade – GATT), avvenuta nel 1947, è stata seguita da numerose iniziative che hanno portato alla formazione dell’Organizzazione Mondiale del Commercio (World Trade Organization – WTO) nel 1995.
L’ingresso della Cina nel WTO, avvenuto nel 2001, ha dato avvio a un’era di apertura commerciale senza precedenti; tuttavia, a partire dal 2018, il pendolo è tornato verso il protezionismo. La prima guerra dei dazi lanciata dall’amministrazione Trump ha mostrato come tariffe mirate possano diventare
strumenti di negoziazione politica, mentre la nuova ondata di misure nel 2025 ha portato il livello dei dazi statunitensi ai valori più elevati dagli anni Trenta.
Il contesto del 2025: cosa c’è di nuovo?
Se i dazi sono stati utilizzati per decenni come strumenti di politica economica e fiscale, il loro utilizzo da parte della seconda amministrazione Trump è caratterizzato da una frequenza, intensità e rapidità di cambiamento del tutto nuova. Nel corso del 2025, sono stati introdotti (e poi spesso rinegoziati o addirittura rimossi) dazi nei confronti di decine di partner commerciali, alleati o meno, scatenando effetti di disturbo che hanno sconvolto le filiere di tutto il mondo e che si sono riverberati sia a monte, verso i fornitori, sia a valle verso i consumatori finali. Sebbene la logica dei dazi sia quella di proteggere le imprese nazionali dalla concorrenza internazionale, essi aumentano anche i costi per le industrie a valle, quelle che utilizzano come materia prima i beni colpiti. Molte aziende europee che esportano negli Stati Uniti hanno iniziato a trasferire parte della produzione in Messico o Canada per beneficiare degli accordi commerciali esistenti. Tuttavia, i frequenti annunci del governo statunitense indicano una crescente volatilità e incertezza.
Alla luce di queste turbolenze, dunque, diventa fondamentale sottolineare la rinnovata centralità acquisita dai dazi nel corso del 2025 così come le relative implicazioni. I dazi influenzano significativamente le decisioni delle imprese riguardo non solo alla localizzazione della produzione, ma anche alla localizzazione dei fornitori ed alla distribuzione dei prodotti nei vari paesi. Questi aspetti enfatizzano l’importanza (e la complessità) delle catene di fornitura (supply chain), dalla raccolta delle materie prime alla consegna al consumatore finale – aspetti di cui ci occupiamo estensivamente dal punto di vista della ricerca scientifica all’interno del gruppo di ricerca in Logistica e Supply Chain Management del Dipartimento di Management.
Alla scoperta del tariff engineering
In questo contesto di incertezza geopolitica e di oscillazioni tariffarie, le imprese stanno ricorrendo sempre più frequentemente al tariff engineering. Questo termine indica una serie di soluzioni basate sul rivedere/riprogettare il design del prodotto, la rete di fornitori e la loro distribuzione geografica, il luogo degli stabilimenti produttivi e le relative operazioni ivi svolte, il luogo di stoccaggio delle merci (semilavorati e prodotti finiti), per ridurre l’esposizione a dazi ed altri fattori di natura legale e fiscale garantendo tuttavia il rispetto delle normative vigenti in tutte le giurisdizioni in cui si opera. In altre parole, le imprese possono scegliere di rilocalizzare parte dei processi produttivi in paesi non soggetti a dazi per ridurre i costi di accesso a determinati mercati. Più in generale, l’aumento dei costi legati ai dazi può suggerire una revisione dei flussi di import/export e dei relativi componenti o processi per rientrare in categorie tariffarie più favorevoli.
A differenza della semplice delocalizzazione, il tariff engineering implica una conoscenza approfondita della classificazione doganale, delle regole di origine e delle opportunità offerte dagli accordi di libero scambio.
Per comprendere come le aziende utilizzano questo strumento, sono state condotte una serie di interviste con manager logistici e responsabili della supply chain di piccole e medie imprese così come di grandi gruppi multinazionali. I risultati di queste interviste sono stati presentati all’interno di un contributo intitolato “Reimagining supply chains under geopolitical uncertainty: exploring new configurations through tariff engineering”, presentato durante l’ultima conferenza mondiale organizzata nel mese di ottobre 2025 dal Council of Supply Chain Management Professionals (CSCMP) al National Harbor (Maryland, Stati Uniti).
Sono state analizzate le diverse decisioni operative e strategiche in presenza di shock tariffari e interdipendenze globali, laddove le testimonianze raccolte confermano l’impatto pervasivo dei dazi e degli accordi commerciali e illustrano come le imprese stiano ripensando le proprie catene di fornitura per far fronte ai cambiamenti nelle normative doganali e fiscali.
Regionalizzazione o disaccoppiamento: quale scegliere?
Una prima evidenza riguarda la regionalizzazione delle catene di approvvigionamento. Molte aziende stanno aspirando a ridurre la dipendenza da paesi soggetti a dazi, spostando parte della produzione in regioni più vicine ai mercati di consumo o appartenenti ad aree di libero scambio. Tuttavia, un disaccoppiamento completo risulta spesso difficile: componenti essenziali, talvolta di basso valore, continuano ad essere prodotti quasi esclusivamente in Cina o in altri paesi asiatici e non sono facilmente sostituibili. In diversi settori un singolo semilavorato proveniente da un paese colpito da dazi può bloccare l’intera produzione, con ripercussioni sui tempi di consegna e sulla disponibilità del prodotto finale per i consumatori. Gli intervistati hanno sottolineato che talvolta l’impatto tariffario dipende dalle scelte di approvvigionamento dei fornitori di secondo livello: lo stesso componente acquistato da due fornitori diversi può essere considerato in modo differente dalle autorità doganali, rendendo indispensabile un’analisi puntuale delle catene di subfornitura ma evidenziando ulteriori problematiche quando le scelte di approvvigionamento del fornitore sono al di fuori della propria visibilità o area di competenza.
Il cuore del problema
L’ondata protezionistica del 2025 rappresenta una cesura per le supply chain globali. In questo scenario competitivo così incerto, il tariff engineering si presenta come una risposta innovativa ma complessa: riprogettare prodotti e catene di fornitura con l’obiettivo di minimizzare i dazi richiede di costruire o integrare competenze legali, che si sommino a quelle logistiche. Le strade più percorribili riguardano la regionalizzazione e la diversificazione degli approvvigionamenti, sostenute da partnership solide e da una visione integrata tra le diverse funzioni aziendali, oltre che tra i numerosi partner lungo le filiere.
Alcune aziende stanno costituendo task force dedicate, costruendo relazioni di fiducia con fornitori e consulenti doganali e investendo in piattaforme che integrino dati doganali e logistici, oltre a formare continuamente il personale sulle norme in evoluzione. Proprio per rispondere a queste sfide, l’Università di Verona ha recentemente attivato un corso di laurea magistrale in Supply Chain Management, con l’obiettivo di fornire agli studenti competenze avanzate su logistica, strategie doganali e resilienza delle catene di fornitura, formando figure professionali in grado di affrontare le incertezze del commercio globale.
Partnership e flessibilità operativa: quali prospettive?
Un secondo tema emerso riguarda le partnership di lungo periodo con i terzisti. Alcune aziende stanno valutando di rafforzare la capacità produttiva negli Stati Uniti o in paesi alleati, ma per farlo hanno evidenziato la necessità di potersi affidare a fornitori che accettino di condividere costi e rischi legati alla riallocazione. Questo approccio è ritenuto percorribile solo in presenza di un tessuto industriale affidabile, dove sono disponibili capacità e competenze adeguate: in assenza di alternative locali, la riprogettazione della supply chain rimane teorica. Molte imprese mirano quindi ad aumentare la loro flessibilità collaborando con più fornitori che dispongono di stabilimenti in regioni diverse (Asia, Europa, Nord America), diversificando i rischi associati alla produzione in una determinata area. La diversificazione geografica permette di reagire rapidamente ai cambiamenti tariffari e di spostare i volumi verso paesi non soggetti a dazi in caso di necessità. Tuttavia, un approccio di questo tipo richiede investimenti significativi in sistemi informativi, gestione del rischio e competenze legali, oltre a richiedere di rivedere i modelli di governance con i fornitori attualmente in portafoglio.
Oltre i dazi: la volatilità crescente e l’emergere di crisi intrecciate
La volatilità degli ultimi anni dimostra che i dazi non sono l’unico fattore di rischio. Oltre al protezionismo, le imprese affrontano crescenti carenze di materie prime, e alcuni manager hanno riportato in prima persona come la scarsità di alcuni componenti (come i semiconduttori) possano addirittura comportare la cancellazione di ordini già effettuati da parte dei loro clienti. Altri hanno sottolineato come componenti di basso valore, come ad esempio collanti e chiodi, sono spesso insostituibili e contribuiscono a determinare la qualità del prodotto, rappresentando un elemento importante per la percezione del valore da parte del cliente o dei consumatori. Ecco, dunque, che un disaccoppiamento totale tra blocchi economici risulta difficilmente percorribile. Per reagire, le aziende hanno adottato strategie diverse. Alcune hanno deciso di ricorrere a spedizioni in anticipo, rispetto all’entrata in vigore delle nuove misure, sperando di evitare l’applicazione del dazio. La volatilità delle misure, tuttavia, rischia di compromettere l’efficacia economica di queste azioni anticipate, specie quando i dazi sono prima minacciati, introdotti, e poi rinegoziati. Di conseguenza, altre aziende hanno creato unità dedicate a monitorare l’evoluzione delle tariffe e a elaborare scenari di rischio, per evitare decisioni impulsive e costruire una cultura del rischio capace di gestire simultaneamente dazi e altri shock.
Glossario logistico: cos’è il tariff engineering
Tariff engineering indica una serie di soluzioni basate sul rivedere o riprogettare il design del prodotto,
la rete di fornitori e la loro distribuzione geografica, il luogo degli stabilimenti produttivi e le relative operazioni svolte, nonché il luogo di stoccaggio delle merci (semilavorati e prodotti finiti), con l’obiettivo di ridurre l’esposizione a dazi e ad altri fattori di natura legale e fiscale, garantendo tuttavia il rispetto delle normative vigenti in tutte le giurisdizioni in cui si opera.
Le competenze necessarie per affrontare i nuovi dazi
Il tariff engineering, a fronte di alcuni vantaggi, può comportare un incremento significativo della complessità gestionale dal momento che richiede di governare adeguatamente competenze legali, doganali e finanziarie. Per esempio, le regole di origine e la classificazione doganale possono rendere dovuti i dazi anche dopo una lavorazione in paesi terzi, a seconda degli accordi di libero scambio in essere e di quali trasformazioni siano riconosciute effettivamente come “sostanziali”. Tuttavia, la complessità non riguarda solamente i dazi ma si estende anche al pagamento di altre accise oltre all’imposta sul valore aggiunto. Al momento dell’importazione in Italia, il versamento di dazi e IVA al momento dello sdoganamento può incidere sul cash flow aziendale, mentre le normative vengono aggiornate frequentemente. Per le piccole imprese italiane, che possono avere scambi commerciali con partner fuori dall’Unione europea ma spesso sono poco “internazionalizzate”, monitorare questi aspetti è difficile. Molti degli intervistati hanno evidenziati come collaborare con spedizionieri e consulenti doganali sia essenziale per non farsi trovare impreparati, anche nell’ambito e commerce dal momento l’ondata di dazi sulle importazioni negli Stati Uniti spinge molti venditori extra Ue a riorientare le proprie merci verso l’Europa.
I limiti del tariff engineering
Pur offrendo numerosi vantaggi, il tariff engineering è stato descritto dagli intervistati come un’arma a doppio taglio. Da un lato, consente di sfruttare possibili zone di grigio offerte dalle normative vigenti in tutte le giurisdizioni in cui le aziende operano: la classificazione doganale dei prodotti, per esempio può essere modificata progettando diversamente un componente o assemblando il prodotto in un paese che gode di uno statuto preferenziale tramite accordi di libero scambio. Dall’altro, introduce complessità procedurale, oltre a creare tutta una serie di nuovi rischi. Da un punto di vista normativo, errori nella determinazione dell’origine o della voce doganale secondo il Sistema Armonizzato possono generare sanzioni, mentre la gestione adeguata di contratti e documentazione richiede sempre più spesso competenze specialistiche non sempre disponibili internamente. Da un punto di vista logistico, invece, la scelta di nuovi fornitori può compromettere la qualità o la puntualità delle consegne, oltre a richiedere potenzialmente la revisione dell’intero network di approvvigionamento e dei modelli di gestione delle scorte. Le aziende segnalano inoltre che, in assenza di un quadro regolatorio stabile, le strategie di tariff engineering devono essere continuamente aggiornate, con costi amministrativi significativi.
Lorenzo Prataviera, Dipartimento di Management – Università di Verona, e Ivan Russo, Dipartimento di Management – Università di Verona






