De‑risking delle Supply Chain europee: priorità a lungo ignorata

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La pandemia, la guerra in Ucraina e, adesso, l’estremizzarsi della frammentazione geopolitica hanno reso evidente quanto le supply chain europee siano esposte a rischi esterni. L’Unione Europea ha definito il de‑risking come priorità strategica, ma i risultati finora sono al di sotto delle aspettative. 

Secondo Oxford Economics, l’UE non è riuscita a ridurre in modo significativo le proprie vulnerabilità, nonostante l’adozione di strategie come nearshoring, friendshoring e la cosiddetta ‘China+1’.   

Parallelamente, analisi di Sciences Po e del Consiglio Europeo per le Relazioni Estere mostrano come la transizione verde e la sicurezza economica richiedano catene di fornitura più resilienti e meno dipendenti da attori geopoliticamente instabili. 

La vulnerabilità è strutturale 

Le supply chain europee sono profondamente integrate nei flussi globali. L’UE importa molti componenti critici per le sue filiere da regioni politicamente sensibili e, come evidenzia il Parlamento europeo, la frammentazione del commercio globale sta riallineando gli scambi lungo le linee geopolitiche.   

I risultati sono evidenti e si concretizzano in aumenti dei costi, in maggiore incertezza e in una dipendenza crescente da pochi fornitori chiave; si tratta di un assunto vero in particolar modo se si parla di semiconduttori, materie prime critiche, energia e tecnologie verdi.

Le strategie di de‑risking adottate e i loro limiti 

Oxford Economics individua quattro strategie principali, che sono nearshoring, homeshoring, friendshoring e China+1

Il nearshoring prevederebbe di avvicinare la produzione ai mercati di destinazione, tuttavia la distanza media delle importazioni UE è paradossalmente aumentata nel corso degli anni, mentre per quel che riguarda l’homeshoring, ossia il riportare le attività in Europa, i progressi sono marginali.  

Non va molto meglio prendendo in considerazione il friendshoring, in quanto lo spostamento di forniture verso Paesi alleati è stato ‘boicottato’ dall’aumentare della complessità dei meccanismi di importazione da Paesi non occidentali.  

L’ultima tendenza si identifica con l’etichetta ‘China+1’, che sta per ‘diversificare oltre la Cina’: in parole povere, si tratta di mantenere il fornitore principale, affiancandogli un’alternativa in una delle opzioni precedenti. Le evidenze mostrano tuttavia un ricorso per adesso minimo a questa strategia. 

Fortunatamente le imprese europee, secondo la Banca Europea per gli Investimenti, stanno reagendo agli shock con maggiore resilienza, ma la trasformazione delle catene di fornitura procede lentamente. 

I settori più esposti 

Quali sono i settori industriali che mostrano maggiormente il fianco all’esposizione da shock geopolitico lungo le catene di approvvigionamento? Le vulnerabilità sono particolarmente acute in alcuni campi, come quelli dei semiconduttori e dell’elettronica, per via della forte dipendenza dall’Asia orientale.  

Anche materie prime critiche per la produzione di elementi hi-tech oggi di uso quotidiano e – elemento tornato purtroppo alla ribalta – strategici per finalità militari, come terre rare, litio e cobalto sono concentrate in pochi Paesi.  

Dal Covid e dalla guerra in Ucraina l’Europa pare aver imparato poco sulla fragilità di certe supply chain e, così, guardando all’energia, con la chiusura di Hormuz si rivive quanto già visto con la crisi del gas russo.  

Infine, i settori dell’automotive e delle tecnologie verdi soffrono entrambi di una forte dipendenza da batterie e componenti di origine cinese.

Strategie e prospettive per l’UE

Le prospettive strategiche per l’UE si dovrebbero concentrare su alcune priorità: una su tutte è la diversificazione geografica più che la sostituzione totale delle catene di fornitura, che consiste nell’ampliare la base dei fornitori riducendo le concentrazioni di rischio.  

Altro obiettivo plausibile è il rafforzamento del mercato interno nei settori critici, come chip, batterie e difesa, in parallelo ad accordi strategici con Paesi politicamente allineati per materie prime e tecnologie.  

Indubbiamente alla UE servirebbe una maggiore capacità geoeconomica, come suggerisce l’ECFR, per passare dal ruolo di gestore del rischio a quello di potenza economica attiva.   

Viene infine indicata la digitalizzazione delle supply chain come strada per aumentare trasparenza e previsione dei rischi.

Il punto fondamentale è che il de‑risking non coincide con un ritorno al protezionismo; esso è, piuttosto, un riequilibrio strategico. Le supply chain europee restano vulnerabili, ma, combinando diversificazione, investimenti industriali e cooperazione con partner affidabili, si può trasformare la fragilità attuale in un vantaggio competitivo di lungo periodo. L’UE ha intrapreso questo percorso, ma ora deve accelerare.

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