Digitalizzazione e sostenibilità sono, nel mondo della supply chain come quasi dovunque, parole diventate prima di moda e poi, con l’abbattersi della scure del COVID-19, d’obbligo. 

La coda della prima ondata pandemica provocata dal nuovo Coronavirus in Europa ha praticamente inghiottito la Giornata Mondiale dell’Ambiente, passata, se non in silenzio, sottotono al fianco degli accadimenti che stanno sconvolgendo il mondo.

Eppure vi è un filo conduttore per nulla implicito che lega digitalizzazione e sostenibilità, che proprio quanto successo a partire da gennaio ha reso evidente, mettendo tutto il mondo produttivo di fronte ad un conto salato che impone un cambio di paradigma, una ‘nuova normalità’ che si discosti da certi retaggi di una mentalità passata.

La rottura di un sistema, portata dal COVID-19, si presenta dunque come momento propizio per costruire un futuro differente, accelerando il passaggio verso digitalizzazione e sostenibilità che timidamente iniziava a vedersi.

 

Digitalizzazione e sostenibilità, cambiare per sopravvivere

Flessibilità, trasparenza, agilità: questi tre aggettivi saranno imprescindibili per far sì che un sistema industriale con ramificazioni logistiche su scala planetaria non si riveli ancora una volta un gigante dai piedi d’argilla.

I settori della produzione, della distribuzione e della vendita attraverseranno ancora a lungo una fase di incertezza e, forse, è il caso di rovesciare il concetto di normalità, entrando nell’ottica di vivere in un perenne stato di liquidità.

Ma perché digitalizzazione e sostenibilità sarebbero prima di tutto legate tra loro e, poi, utili alla causa?

La risposta sta in una serie di fattori che il mondo industriale e della logistica ha sotto il naso, per esperienza, già da alcuni anni: si tratta semplicemente di mettere assieme le tessere del puzzle.

Di fatto la logistica odierna non può permettersi di navigare a vista, ha bisogno di modelli predittivi  e di una gestione quasi in tempo reale di ordini, rifornimenti e stoccaggi a magazzino. Contemporaneamente necessita di una struttura ed una catena di comando e comunicazione rapida ed agile ma integrata, che riduca al minimo la possibilità di pericolose inefficienze o sovrapposizioni dovute a compartimentazioni stagne.

Tutto ciò non è fattibile senza digitalizzare strumenti e processi; solo facendo ciò è possibile snellire una struttura e renderla più sostenibile in quanto più efficiente, ma meno onerosa, e fisicamente meno impattante sull’ambiente grazie all’aumento dei processi da remoto.

Il Covid-19 spinge verso la digitalizzazione perenne?

La pandemia ha provocato un’accelerazione coatta di un fenomeno che, tra varie resistenze, stava comunque iniziando, ossia quello verso la maggior digitalizzazione ed il maggior impiego di tecnologie cloud.

Seppur cogliendo di sorpresa settore privato e pubblico e facendo emergere drammaticamente certe arretratezze del sistema, il ricorso forzato allo smart work ed ai processi da remoto ne ha indubbiamente portato alla ribalta pregi e difetti.

Al netto delle lamentele naturali provocate dal repentino cambio di abitudini, forse a rimanere sono in buona parte i pregi: risparmio potenziale in termini di tempo, maggiore agilità di gestione, evidente scioglimento del legame luogo fisico-infrastruttura-lavoro.

Secondo OpenText, in alcuni Paesi del sud dell’Europa, come la Spagna ed il Portogallo, il 53% degli impiegati nel settore logistico era del tutto impreparato al lavoro da remoto. Nelle medesime regioni – che non sono l’Italia ma che potrebbero non discostarsi molto per pratiche – un’indagine Tech Pro Research aveva registrato l’esistenza di almeno una strategia per la digitalizzazione nel 70% delle aziende intervistate.

Ora quelli che erano piani più o meno attivamente portati avanti potrebbero diventare fondamentali: il COVID-19 ha senz’altro fatto capire che la trasformazione digitale è sinonimo di sopravvivenza.

‘Digitalizzazione’ è ‘sostenibilità’?

Sempre OpenText ha rilevato che il 92% delle imprese del settore produttivo ritiene che la sostenibilità svolga un ruolo molto importante in termini di reputazione: dunque, almeno per una questione di immagine, tutti sono intenzionati a fregiarsi di un minor impatto ambientale.

Di fatto, chi si era portato avanti prima della pandemia oggi riscuote i primi successi: in Gran Bretagna Make UK E.ON rivela infatti che quel 30% di industrie che avevano avviato processi di digitalizzazione ed efficientamento energetico, durante il caos da Coronavirus hanno avuto risultati migliori del 40%.

Questo perché aver digitalizzato i processi che compongono la supply chain ha permesso loro di monitorarne meglio le diverse fasi, di capire dove intervenire e come, che cosa fermare e che cosa no.

Indubbiamente chi aveva una struttura più smaterializzata e già rodata sullo smart work si è trovato avvantaggiato, riducendo i ritardi dovuti alla conversione dei normali processi di lavoro desktop e approfittando della flessibilità del sistema.

Lavorare con dati certi e condivisi porta ad un aumento della trasparenza non solo dei processi, il che rende più efficiente qualsiasi attività, ma anche delle posizioni dei singoli lavoratori (laddove esistano regole precise).

Questa infrastruttura digitale è la stessa che genera sostenibilità ambientale, migliorando i processi e riducendo gli sprechi, grazie al monitoraggio delle risorse che vengono effettivamente utilizzate, come l’energia impiegata per far funzionare impianti o mantenere uffici al numero di viaggi che compie un vettore per trasferire merce da uno stabilimento ad un magazzino ad un punto vendita.

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