Inventario fantasma: il costo che non si vede

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Nel retail moderno esiste una forma di inefficienza particolarmente insidiosa perché non compare immediatamente nei bilanci, pur condizionandone profondamente la performance: l’inventario fantasma.

La definizione si riferisce a quei prodotti che risultano disponibili nei sistemi informativi aziendali ma che, per diverse ragioni, non sono realmente vendibili o reperibili nel momento in cui il cliente li richiede.

Sebbene il fenomeno sia spesso percepito come un’anomalia occasionale, è tutt’altro che marginale e numerose ricerche lo dimostrano. Uno studio promosso da ECR Retail Loss su sette retailer europei appartenenti ai settori grocery, fashion e general merchandise ha evidenziato che circa il 60% delle registrazioni inventariali presenta errori o discrepanze rispetto alla reale disponibilità degli articoli. Ancora più significativo è il dato relativo ai risultati economici: la semplice correzione delle anomalie inventariali ha prodotto incrementi di vendita compresi tra il 4% e l’8% nei punti vendita coinvolti nella ricerca. 

Tornando alle già citate analisi di IHL Group, nelle più recenti si conferma che il costo globale delle distorsioni inventariali supera 1,7 trilioni di dollari l’anno, mentre le sole rotture di stock generano oltre 690 miliardi di dollari di mancate vendite. Proprio una quota significativa di queste perdite è riconducibile alla mancata corrispondenza tra inventario registrato e inventario effettivamente disponibile.

Quando l’inventario diventa un’illusione

L’inventario fantasma nasce quando il dato non riesce più a rappresentare accuratamente la realtà operativa. Il modo in cui ciò si verifica contempla un’estrema varietà di situazioni: un articolo può risultare disponibile nell’ERP, nel sistema e-commerce o nell’app del punto vendita e, al tempo stesso, essere danneggiato, smarrito, in attesa di verifica o semplicemente collocato in una posizione errata.

Nel contesto omnicanale questo divario assume una rilevanza ancora maggiore, perché ogni informazione errata viene propagata simultaneamente a tutti i canali di vendita, amplificando il rischio di promettere al cliente qualcosa che l’azienda non è realmente in grado di consegnare.

La conseguenza più evidente arriva nel momento dell’evasione dell’ordine: il sistema conferma una disponibilità che l’operatore logistico scopre poi non esistere. A quel punto le alternative sono sempre costose, perché richiedono spedizioni urgenti, trasferimenti tra magazzini o cancellazioni.

Le origini dell’inventario fantasma

Contrariamente a quanto si potrebbe pensare, l’inventario fantasma non deriva quasi mai da una sola causa. Molto più spesso è il risultato dell’accumulo di piccoli disallineamenti lungo la filiera.

Per dire, un prodotto danneggiato nel punto vendita può continuare a essere conteggiato come disponibile e lo stesso accade per articoli restituiti dai clienti ma non ancora riclassificati, oppure per unità bloccate in attesa di controlli qualitativi. In tutti questi casi il bene esiste fisicamente, ma non è commercialmente utilizzabile.

A queste situazioni si aggiungono i ritardi di aggiornamento tra ERP, WMS, sistemi POS e piattaforme e-commerce. È proprio su questa latenza informativa che si può e si deve porre più attenzione che in passato, riconoscendo in essa una delle principali cause degli errori di disponibilità nelle supply chain omnicanale.

Una conferma la si trova anche nel rapporto accademico Inventory Inaccuracy in Retailing: Does it Matter?, promosso nel 2019 dalla ECR Europe Community e sviluppato da ricercatori di emlyon Business School, Cardiff University e TU Darmstadt, che individuava già allora nelle discrepanze tra stock registrato e stock effettivo una delle principali determinanti delle perdite di vendita e dei problemi di disponibilità nel retail europeo.

Un problema che colpisce vendite e fiducia

Il fatto è che l’impatto dell’inventario fantasma va ben oltre la dimensione operativa. Ogni promessa non mantenuta incide direttamente sulla percezione del marchio e sulla relazione con il cliente, determinando un’onda lunga ancor più dannosa del disguido materiale.

Non sorprende quindi che molte ricerche, tra cui quella realizzata da Forrester e US National Retail Federation, evidenzi come il 56% dei retailer consideri ancora l’accuratezza dell’inventario un problema rilevante, mentre il 65% segnalI criticità negli strumenti di pianificazione delle scorte. 

Le conseguenze economiche possono essere considerevoli. Il già citato studio di ECR Retail Loss stima che per un retailer europeo della grande distribuzione con 10 miliardi di euro di fatturato, un miglioramento significativo dell’accuratezza inventariale potrebbe generare incrementi di vendita compresi tra 400 e 800 milioni di euro annui. 

La progressiva minor pazienza dei consumatori rende inoltre il fenomeno ancora più critico. In un mercato caratterizzato da ampia trasparenza e forte concorrenza, un cliente che non trova un prodotto disponibile presso un operatore può passare in pochi secondi a un concorrente.

Come ridurre l’inventario fantasma

Le aziende più evolute stanno affrontando il problema attraverso una maggiore visibilità dei flussi e una gestione basata sugli eventi in tempo reale. L’obiettivo è ridurre il tempo che intercorre tra il movimento fisico delle merci e il suo recepimento da parte dei sistemi.

Un contributo significativo arriva anche dalle tecnologie di identificazione automatica. Secondo diverse ricerche europee sull’applicazione dell’RFID nel retail, i processi inventariali basati su controlli manuali tendono a mantenere livelli di accuratezza intorno al 65%, mentre l’adozione estesa della tecnologia RFID può consentire di superare il 95% di accuratezza inventariale. 

Ulteriori evidenze arrivano dallo studio EPC/RFID Retail Supply Chain Data Exchange Study di Auburn University RFID Lab e GS1 US, che rilevava già nel 2018 livelli di accuratezza degli ordini fino al 99,9% nelle organizzazioni che utilizzano processi supportati da RFID. 

Sospinta da questa serie di ‘spot’ all’impiego della tecnologia RFID, l’industria europea dello stoccaggio l’ha adottata con tassi rapidi di crescita negli ultimi anni proprio per migliorare la visibilità delle scorte e supportare i processi omnicanale – trend rilevato, ad esempio, dallo studio ‘RFID in Retail’ a firma Accenture a partire dal 2021. 

E l’Italia?

Il mercato italiano sembra avaro di studi quantitativi specifici o statistiche dirette, ma si possono leggere alcuni segnali molto interessanti. 

Tra questi spicca la crescita delle soluzioni di inventory management, trainata dall’espansione dell’e-commerce e dalla necessità – cresciuta anche nel Bel Paese – di visibilità in tempo reale sulle scorte; la società di business intelligence Ken Research ha pubblicato una ricerca, ‘Italy Inventory Management Solutions Market Overview’, basata su dati del 2024 e con prospettiva al 2030, che valorizza la realtà italiana dell’inventory management in 1,2 miliardi di Euro su un’analisi storica dei precedenti cinque anni.

Città fulcro sono Milano, Roma e Torino per via dell’alta concentrazione di aziende attive nei settori Retail, Manufacturing e Logistica, mentre viene citato il programma nazionale di digitalizzazione della logistica (alimentato dal PNRR dal 2023 in avanti) come fattore di accelerazione verso sistemi di tracking volti a rendere trasparente ed interoperabile la Supply Chain. 

Di fatto, emerge che molti progetti omnicanale italiani (nella grande distribuzione, nel fashion e nel specialty retail) stanno concentrando gli investimenti proprio su inventory visibility, inventory synchronization e gestione avanzata dei resi. 

Verso l’Available-to-Promise

Più che aumentare le scorte, quindi, le organizzazioni stanno imparando a migliorare la qualità dell’inventario esistente e delle informazioni che lo descrivono.

D’altronde, l’inventario fantasma rappresenta uno dei principali ostacoli alla crescita del retail Direct-to-Consumer. Invisibile all’apparenza, produce effetti concreti sotto forma di vendite perse, costi aggiuntivi e riduzione della fiducia dei clienti.

La reale fonte di sicurezza non consiste nell’accumulare più inventario, ma nel renderlo accurato, visibile e affidabile, in quanto solo così la disponibilità dichiarata potrà coincidere con quella reale. Metabolizzata questa idea, una gestione matura delle scorte richiederebbe di compiere il salto verso il concetto di Available-to-Promise e di esplorare il ruolo delle nuove soluzioni di Intelligent Promising nel trasformare la cosiddetta ‘promessa di consegna’ tra venditore e consumatore in un vero vantaggio competitivo.

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