La chiusura dello Stretto di Hormuz, che rappresenta una delle principali strettoie attraverso cui passa il traffico energetico mondiale, sta ridisegnando rotte, prezzi e fragilità delle catene di approvvigionamento.
L’impatto della crisi non riguarda solo il petrolio: anche metalli critici, fertilizzanti, gas e materiali strategici per l’industria tecnologica stanno subendo un blocco che rischia di trasformarsi in una crisi sistemica.
Le conseguenze si propagano dall’Asia all’Europa, passando dalla logistica marittima a quella terrestre, già sotto pressione per l’impennata dei carburanti.
Rotte stravolte: dal Golfo al Mar Rosso, tra rischi e alternative imperfette
Con Hormuz chiuso, le petroliere non possono più attraversare il passaggio che convoglia una quota decisiva del greggio mondiale. Uno dei Paesi produttori, l’Arabia Saudita, ha dirottato i flussi verso ovest, spostando il punto di imbarco del petrolio a Yanbu e spingendo le navi nel Mar Rosso; la rotta alternativa è però tutt’altro che sicura: gli Houthi yemeniti, sostenuti sempre dall’Iran, hanno già dimostrato di poter colpire le navi commerciali e potrebbero riprendere gli attacchi in qualsiasi momento.
Le petroliere che tentano il passaggio attraverso Bab el‑Mandeb affrontano quindi un rischio elevato, mentre l’opzione del passaggio dal Canale di Suez allunga i tempi di settimane, aumentando costi e incertezza. Il risultato è una flotta globale fuori posizione, assicurazioni sospese e un sistema marittimo che fatica a riorganizzarsi.
Prezzi in ascesa e nuove opportunità per USA e Russia
Il blocco ha, in meno di una settimana, già trattenuto oltre 250 milioni di barili, restringendo il mercato di più di 15 milioni di barili al giorno. Il Brent è, per reazione, tornato sopra i 100 dollari, spingendo al ribasso le Borse e alimentando tensioni inflazionistiche.
Gli Stati Uniti, oggi primo produttore mondiale, osservano la crisi con un misto di preoccupazione e opportunismo, per altro mal celato dal presidente statunitense: prezzi più alti del greggio significano infatti maggiori entrate per l’industria domestica di Washington.
La Russia, dal canto suo, beneficia di un incremento stimato in 150 milioni di dollari al giorno, con un potenziale extra gettito di quasi 5 miliardi entro fine mese. In un contesto di sanzioni internazionali – oltretutto momentaneamente interrotte da parte statunitense – e isolamento, il rialzo del greggio rappresenta per Mosca una boccata d’ossigeno strategica nell’ottica all’economia interna e della guerra con l’Ucraina.
Una crisi che va oltre il petrolio: metalli, fertilizzanti, gas e semiconduttori
Hormuz non è solo un corridoio energetico: dal Golfo transitano rame, nichel, cobalto, urea e gas naturale liquefatto. La chiusura sta già colpendo la produzione di alluminio in Bahrein, mentre il Qatar ha sospeso le consegne di LNG e di elio, materiale essenziale per il raffreddamento delle apparecchiature nella produzione di semiconduttori.
L’onda d’urto va ben oltre i confini regionali: la Corea del Sud, che fornisce oltre il 30% dei chip mondiali, teme interruzioni nella catena produttiva. Nei Paesi che dispongono di minori paracadute energetici, come Pakistan e Bangladesh, la scarsità di carburante sta già causando serie difficoltà pratiche.
Anche un’eventuale riapertura immediata dello stretto di accesso al Golfo Persico richiederebbe mesi per ristabilire i flussi e riposizionare le navi.
L’effetto domino sulla logistica europea: Italia e Spagna in allarme
L’impennata del gasolio sta mettendo in crisi il trasporto su gomma europeo. In Italia, il governo si è spinto a valutare lo sblocco delle accise mobili per compensare i rincari, mentre si ricorre alle riserve strategiche per immettere sul mercato quasi 10 milioni di barili.
In Spagna, la Confederación Espanola de Transporte de Mercancías (ETM) ha chiesto alle compagnie petrolifere di aumentare temporaneamente i limiti di credito delle carte carburante: con i prezzi attuali, molte imprese raggiungono il tetto di spesa in pochi giorni, rischiando di fermare i mezzi. Un blocco del trasporto su strada, che movimenta oltre il 95% delle merci consumate nel Paese, avrebbe effetti immediati sulla distribuzione e sulla tenuta economica.



