Il 12 dicembre 2025 a Washington, presso il Dipartimento di Stato USA, è avvenuta la firma della Dichiarazione Pax Silica, trattato che segna un punto di svolta in quella che ormai si può definire ‘geopolitica industriale’ in quanto, per i manager della logistica, questa iniziativa non è solo un accordo per favorire la cooperazione tra nazioni, bensì un vero e proprio ridisegno delle catene di approvvigionamento globali che si occupano di silicio e di semiconduttori; non a caso, le prime ricadute sono attese, già a medio termine, sulle infrastrutture dedicate all’AI, dunque su quel fattore tecnologico per la cui supremazia competono le superpotenze mondiali.
La struttura, i protagonisti e quanto riguarda l’operatività della Pax Silica sono aspetti che possono lasciar intravedere i cambiamenti che interesseranno flussi di materiali, processi produttivi e le strategie della Supply Chain nel futuro prossimo.
Prima di tutto, che cos’è la Pax Silica e cosa rappresenta per la Supply Chain?
Cos’è la Pax Silica
Sotto il nome di Pax Silica si identifica un’alleanza strategica guidata dagli Stati Uniti, nata con l’obiettivo di creare catene di approvvigionamento resilienti e sicure nel campo delle tecnologie ‘critiche’.
Aggrega Paesi che condividono standard di trasparenza e interoperabilità, con l’obiettivo di costituire un blocco in grado di limitare la propria dipendenza dalla Cina, oggi in posizione dominante per quanto riguarda estrazione e raffinazione di terre rare, nonché nella manifattura dei semiconduttori.
L’iniziativa si fonda su un modello “a circuito chiuso” tra democrazie e partner fidati, con travaso di know how tecnologico interno e regole comuni per AI, chip e infrastrutture digitali.
Chi coinvolge
Il nucleo fondatore (chiamato anche ‘The Core’, il nocciolo) comprende Stati Uniti, Giappone, Corea del Sud, Singapore, Australia, Israele, Emirati Arabi Uniti e Regno Unito.
A gennaio 2026 si è aggiunta l’India come “Trusted Partner”, con accesso a trasferimenti di tecnologia sensibile e un ruolo manifatturiero di primo piano.
Partner di livello 1 come Paesi Bassi e Taiwan collaborano senza vincoli formali identici, mentre il Canada è indicato come prossimo all’ingresso nel gruppo. Questa grande rete multilivello integra in sé operazioni come estrazione mineraria, produzione di chip, energia e logistica, creando una ridondanza interna e possibilità di diversificazione.
La struttura della filiera
La Pax Silica ha una struttura già predisposta per la piena maturità industriale che si articola in tre livelli, comprendenti una fase ‘Upstream’, una ‘Midstream’ e una ‘Downstream’.
L’Upstream contempla l’estrazione e la raffinazione di minerali critici (come litio, cobalto e altre terre rare), che sono oggi concentrate per il 90% in mano cinese e che saranno redistribuite verso Australia, Canada e India; per fare ciò la Pax Silica intende mettere in campo investimenti mirati e promuovere standard ambientali condivisi.
La fase cosiddetta ‘Midstream’ prevede la fabbricazione di wafer in silicio e di packaging avanzato da riorientare verso la triade Corea del Sud, Giappone e USA, avvalendosi di litografia olandese (ASML) e di design statunitense.
Infine, con il ‘Downstream’ si contemplano l’approvvigionamento di energia, di servizi di logistica e gestione dei data center, affidati a partner come Emirati Arabi Uniti, Qatar, Israele e Singapore, con l’obiettivo di sostenere una domanda hyperscale di AI e semiconduttori.
Effetti sulle supply chain
Dal punto di vista della logistica globale che si occupa di elettronica e dei suoi componenti, le conseguenze che la Pax Silica dovrebbe portare sono molteplici e vanno dalla resilienza attesa per le catene di approvvigionamento alla diversificazione delle stesse, passando per una ridistribuzione produttiva e standard industriali condivisi.
In pratica, il primo effetto atteso dall’istituzione della Pax Silica – anche il primo per cui è stata voluta da Washington – è la minor suscettibilità delle catene hi-tech agli shock geopolitici, da ottenersi riducendo la dipendenza da mono-fornitori e la costituzione di nodi ridondanti e corridoi sicuri per le materie prime.
Diversificando la provenienza di approvvigionamenti di materie grezze e componenti, le nazioni che partecipano alla Pax Silica puntano alla drastica riduzione dello strapotere di Pechino, oggi fornitore del 93% delle terre rare, importate dall’India.
Inoltre, con l’adozione di standard unificati si tende all’esclusione dei fornitori non affidabili e si dovrebbe raggiungere l’armonizzazione delle normative tra Paesi alleati.
Washington scommette di riuscire, entro il 2027, a spostare verso hub alleati una quota tra il 10 ed il 20% della produzione asiatica di semiconduttori.
Questa ristrutturazione delle Supply Chain comporterà inizialmente anche una serie di svantaggi di carattere temporaneo, per primi i costi più elevati derivanti dal reshoring e dalla compliance ambientale, unitamente alla necessità di ripensare rotte logistiche e partnership.



