Quando la supply chain è “frammentata”: il nodo critico del fashion

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La moda globale si regge su catene di fornitura estese, complesse e distribuite in decine di Paesi. Questa struttura, nata per ottimizzare costi e velocità, oggi mostra tutti i suoi limiti, con sistemi non comunicanti tra loro, standard diversi, informazioni incomplete e processi di controllo disallineati. 

È ciò che viene definito ‘fragmented supply chain’, un modello che rende difficile garantire trasparenza, sostenibilità e conformità normativa. Di fronte alle recenti normative sulla Due Diligence e a una crescente pressione sociale, i grandi player del fashion stanno iniziando a muoversi in modo coordinato per superare questa frammentazione.

Che cosa significa “fragmented supply chain”

Una ‘fragmented supply chain’ è una catena di fornitura in cui processi, dati, responsabilità e strumenti non sono integrati tra loro. Ogni attore – nel caso del fashion, dal produttore di tessuti al confezionista, dal distributore al retailer – utilizza sistemi propri, spesso incompatibili. 

Il risultato è un ecosistema disomogeneo, dove la tracciabilità si interrompe, la qualità delle informazioni varia e la capacità di monitorare rischi ambientali e sociali diventa limitata. Per un settore come il fashion, caratterizzato da filiere lunghe e multilivello, questa frammentazione rappresenta un ostacolo strutturale alla sostenibilità.

L’impatto delle nuove normative sulla Due Diligence  

La situazione è resa ancora più urgente dall’arrivo di normative come la Corporate Sustainability Due Diligence Directive (CSDDD) europea, che impone alle aziende di identificare, prevenire e mitigare gli impatti negativi su diritti umani e ambiente lungo tutta la filiera. 

Senza sistemi integrati, adempiere a questi obblighi diventa complesso, costoso e inefficiente; in questi casi, la frammentazione non è più solo un limite operativo: è un rischio normativo e reputazionale.

La risposta del fashion: collaborare per standardizzare

Per affrontare questa complessità, diversi retailer europei stanno adottando un approccio collaborativo. Iniziative come il Retailer Brand Due Diligence Questionnaire e la piattaforma digitale gratuita One Retail Hub, sviluppate con il coinvolgimento di grandi marchi del retail come Zalando e il supporto rispettivamente di Cascale e Fair Wear, nonché di TrusTrace, puntano a creare un linguaggio comune per la Due Diligence. 

L’obiettivo è superare la moltiplicazione di audit, questionari e standard che negli anni ha appesantito il lavoro dei fornitori e reso difficile confrontare i dati.

Verso una supply chain più integrata e resiliente

Attraverso strumenti condivisi, i brand possono valutare la maturità dei propri sistemi HREDD (Human Rights and Environmental Due Diligence), individuare lacune interne e ricevere indicazioni operative per colmarle. 

Allo stesso tempo, i fornitori beneficiano di un’unica modalità di rendicontazione, riducendo la duplicazione degli sforzi. È un cambio di paradigma: dalla competizione alla cooperazione, dalla frammentazione alla convergenza.

Il fashion sta quindi iniziando a costruire infrastrutture comuni, consapevole che la sostenibilità non può essere raggiunta da un singolo attore isolato. Una supply chain più integrata non è solo un requisito normativo, ma una condizione necessaria per un settore più resiliente, trasparente e responsabile.

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