L’attacco congiunto di Stati Uniti e Israele all’Iran ha dato modo allo Stretto di Hormuz di mostrarsi per quello che è, ossia un epicentro dell’instabilità globale.
Il conto, al momento, non lo pagano tanto gli Stati Uniti, quanto realtà nazionali molto distanti, e per geografia, e per volontà, dalla guerra: l’Italia, fortemente dipendente dalle rotte mediorientali e da un sistema produttivo energivoro, subisce un impatto immediato e devastante, con l’export in frenata, i noli in impennata, materie prime più care e margini di guadagno compressi per le aziende nazionali.
La crisi si rivela per essere non solo geopolitica, ma anche logistica, industriale e fiscale; e mette a nudo la fragilità di un Paese che attraversa il Mediterraneo per alimentare la propria manifattura.
L’Italia e la vulnerabilità dello Stretto di Hormuz
Il 40% del traffico petrolifero mondiale passa da Hormuz e per un Paese, come l’Italia, che importa oltre il 70% dell’energia che consuma, ogni tensione nell’area si traduce in costi immediati.
Le aziende energivore – vetro, ceramica, fonderie, chimica – vedono crescere la bolletta e ridursi i margini: aziende specializzate nel settore vetrario, come riporta Repubblica, segnalano rincari dei costi energetici del 30% a fronte di un calo dei margini di profitto del 5% già nel primo trimestre, mentre l’alluminio – la cui filiera è tra le più colpite dalla crisi del Golfo – per le fonderie è salito del 20%.
L’aumento del barile di greggio – sia indicizzato come Brent che come WTI – e la volatilità del gas colpiscono l’intera filiera produttiva, amplificando un quadro già fragile.
Logistica sotto pressione: noli alle stelle e merci bloccate
La chiusura di fatto delle rotte marittime da e verso il Golfo ha spinto molte imprese a ricorrere al trasporto aereo, pur con tutte le limitazioni imposte anche ad esso.
I costi sono di conseguenza esplosi, con spedizioni che via nave costavano 0,50 €/kg ora arrivano a 5 €/kg. I noli marittimi sono aumentati almeno del 30%, con punte di 5.000 dollari per tratte che prima ne costavano 2mila.
La logistica inversa non va meglio: ritardi, scorte ridotte, produzioni a rischio stop. È un vero e proprio bollettino di guerra: alcune aziende meccaniche segnalano che, senza sblocco delle rotte, la produzione potrebbe fermarsi in due settimane, mentre nel settore Oil & Gas, ordini pronti non vengono ritirati invocando la ‘forza maggiore’ e lasciando milioni di euro di merce bloccata nei magazzini.
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Export in caduta: i settori più esposti
Il Medio Oriente era uno dei pochi mercati in crescita per il made in Italy e si ritrova, ad un mese di conflitto, ad essere quasi azzerato.
Le onde d’urto più pesanti si registrano peraltro in settori di eccellenza, come il Fashion, molto apprezzato nell’area degli emirati e saudita, che adesso precipita di un -48%; il Golfo, da solo, valeva fino al 20% dei ricavi di alcune aziende, tanto per dare l’idea.
Si devono però metter in conto anche progetti sospesi, unità produttive rinviate e ordini congelati per i settori della meccanica e Oil & Gas, mentre la ceramica è un settore doppiamente colpito dal rialzo dei costi energetici e dal calo della domanda, con stime che vanno dal -10% al -15%.
Il Golfo vale oltre 1 miliardo anche per il comparto legno e arredo, per il quale rallentano consegne e nuovi ordini e non gioiscono le aziende produttrici di macchine utensili, penalizzate dalla debolezza dell’export e dal mercato interno paralizzato dall’assenza dei decreti attuativi del bonus 5.0.
La risposta del governo: tra emergenza e vincoli di bilancio
Il governo ha reagito annunciando proroghe al taglio delle accise e nuovi interventi sulle bollette, tuttavia la crisi energetica arriva mentre il deficit italiano oscilla pericolosamente sopra il 3%.
Il campo sul quale muoversi è minato: il tentativo di ridurre gli incentivi di Transizione 5.0 per recuperare risorse ha aperto uno scontro frontale con le imprese, costringendo l’esecutivo a una rapida marcia indietro: il fondo è stato ripristinato e aumentato, ma la vicenda mostra quanto siano stretti i margini fiscali.
Il ministro Foti ha evocato la possibilità di sforare la soglia del 3% qualora la guerra dovesse durare a lungo, per evitare che il sistema produttivo si blocchi come durante il Covid, prospettiva, questa, che dipende dal via libera europeo e che non è del tutto nelle facoltà decisionali di Roma.
Nei fatti, la guerra all’Iran si sta trasformando in un test di resilienza per la logistica e la manifattura italiana. Le filiere più esposte al Medio Oriente stanno già pagando un prezzo elevato, mentre il governo cerca spazio di manovra in un quadro di finanza pubblica definibile, come minimo, teso. Se la crisi dovesse protrarsi, l’Italia dovrà scegliere tra rigore e sostegno all’industria, in un equilibrio sempre più difficile da mantenere.



