Anche i software hanno una supply chain, che rappresenta oggi uno degli snodi più critici della trasformazione digitale: la sua importanza è paragonabile a quella delle infrastrutture fisiche, poiché ogni settore produttivo, compreso quello logistico, si regge su sistemi informatici che dipendono da componenti open source e da pacchetti distribuiti attraverso repository globali.
Proprio la natura gratuita e accessibile di questi strumenti ha generato un paradosso: un elemento vitale come il software open source viene spesso percepito come privo di valore, con conseguenze dirette sulla sicurezza e sull’affidabilità delle catene di approvvigionamento digitali e, di riflesso, su quelle materiali.
La crescita porta fragilità
Il 2026 State of the Software Supply Chain di Sonatype, ripreso dalla rivista Forbes, fornisce una fotografia della condizione di salute della supply chain del software open source facendo emergere dati che sono impressionanti.
I download di pacchetti open source dai primi quattro registri mondiali ha fatto contare i 9,8 trilioni di scaricamenti, il 67% in più rispetto all’anno precedente. Proprio una crescita così marcata ha reso l’ecosistema di pari passo più vasto ma anche più fragile: i pacchetti malevoli identificati sono stati oltre 1.233 milioni, spesso creati da soggetti che imitano strumenti di sviluppo affidabili – a volte, addirittura identificabili come gruppi hacker ‘statali’.
I problema sta nella rapidità esponenziale della crescita unita alla mancanza di qualsivoglia governance e di una visibilità degna di questo nome: non a caso, sopravvivono tranquillamente alla luce del sole software corrotti o malevoli perfettamente noti, come aggiornamenti o componenti aggiuntivi contenenti errori di programmazione (il caso più eclatante è Log4Shell, framework Java dichiarato vulnerabile già nel 2021, eppure scaricato ancora 42 milioni di volte nel 2025 malgrado esistano patch e componenti alternativi).
Quando un’organizzazione utilizza componenti insicuri, si mette in casa delle vulnerabilità che in molti casi sarebbero evitabili, soprattutto dopo la disponibilità di soluzioni analoghe prive di bug.
L’impatto dell’Intelligenza Artificiale
In questo quadro ha un peso notevole la diffusione dell’intelligenza artificiale, che ha impresso un’accelerazione inaudita a tutto il settore.
Lo sviluppo di tutto quanto abbia a che fare con il software ha ricevuto un boost incredibile in pochi mesi, ma questo ha ovviamente portato alla ribalta nuove criticità.
GPT-5, ad esempio, spesso usato da sviluppatori a vario livello per scrivere codice risparmiando tempo, ha ‘allucinato’ il 28% delle versioni dei componenti partoriti, secondo la ricerca Sonatype, e, in alcuni casi, ha persino suggerito dei malware al posto di applicazioni sicure.
Il fenomeno legato all’IA mette a nudo quanto la velocità di elaborazione della macchina richieda oggi un monitoraggio in tempo reale, ossia di un’intelligenza integrata nei flussi di lavoro, in quanto il livello di controllo non può essere garantito da semplici report post-incidente.
Governance assente e procurement incompleto
Un altro punto da tenere in considerazione è che, a differenza del software commerciale, l’open source non è soggetto a processi di procurement formali. Non vi sono revisioni legali, contratti di supporto o valutazioni di vendor: gli sviluppatori possono integrare intere librerie in produzione in pochi minuti, senza alcun controllo centralizzato.
Il vantaggio dato dalla rapidità diventa facilmente un tallone d’Achille, poiché nessuno monitora realmente cosa venga utilizzato: la crisi provocata da Log4Shell ha mostrato come la mancanza di visibilità renda impossibile gestire il rischio in modo efficace.
Le ricadute sulla Supply Chain fisica
La logistica, nelle sue dimensioni manageriali e operative, dipende in modo crescente da software per la pianificazione, il tracciamento e l’automazione: una vulnerabilità presente nella supply chain del software può tradursi in blocchi nei sistemi di magazzino, errori di inventario, ritardi nei trasporti e perdita di visibilità sulle spedizioni.
Sul piano manageriale, decisioni strategiche basate su dati corrotti o manipolati rischiano di compromettere le fasi di previsione e pianificazione. In più, la mancanza di governance rende difficile garantire conformità normativa e accountability, esponendo le aziende a rischi sia legali, sia reputazionali.
La supply chain del software è, di fatto, ormai intrecciata con quella fisica e un problema digitale dare facilmente luogo a un blocco materiale, paralizzando interi settori. Per questo è necessario trattare l’open source come infrastruttura critica, investendo in strumenti di monitoraggio, in pratiche DevSecOps e in audit congiunti con i partner.
Le aziende devono assumersi una responsabilità collettiva, contribuendo finanziariamente e partecipando attivamente agli ecosistemi open source da cui dipendono. Solo colmando il divario tra valore percepito e quello reale è possibile ridurre i rischi e garantire la continuità operativa.
La fragilità della supply chain del software non è un problema confinato alla sola sfera dell’IT, quanto piuttosto un fattore sistemico che incide su tutte le branche della supply chain logistica.
La sicurezza digitale è ormai parte integrante della resilienza operativa e manageriale: ignorare questo legame significa far correre alle organizzazioni rischi evitabili e compromettere la competitività. Il software va dunque riconosciuto come infrastruttura critica e va gestito con la stessa attenzione riservata alle catene di approvvigionamento fisiche.



