Non ‘un’ collo di bottiglia, ma ‘il’ collo di bottiglia del commercio globale è area di guerra: lo Stretto di Hormuz, da cui transita circa il 20% del petrolio e del gas mondiale, è diventato l’epicentro di una crisi che sta paralizzando le rotte energetiche globali.
Secondo la piattaforma Marine Traffic, il traffico marittimo è crollato del 70%, mentre centinaia di petroliere cariche di greggio e GNL (erano 150 a poche ore dall’attacco israelo-statunitense) risultano bloccate fuori dallo stretto. L’Iran non ha dichiarato una chiusura formale, ma l’esposizione certa delle navi ad attacchi militari – una petroliera è stata colpita da un barchino dinamitardo il 5 Marzo – e il rischio elevatissimo per la sicurezza di merci ed equipaggi hanno fatto esplodere i premi assicurativi, lievitati fino al +50% e, in molti casi, addirittura sospesi e negati, generando un blocco di fatto.
Il Brent, già in aumento del 43% dall’inizio del 2026, è balzato del 22% in tre giorni, superando gli 85 $/barile e il mercato teme un nuovo “effetto 2022”, quando il greggio toccò i 120 $/barile, anche se oggi scorte globali più alte e un mercato LNG più flessibile attenuano il rischio di collasso sistemico nel quale si incappò allora.
La tempesta perfetta nel trasporto marittimo
La crisi energetica che sta derivando dalla paralisi di Hormuz si intreccia con un’esplosione dei costi di trasporto. Le petroliere VLCC che solcano la rotta Golfo Arabico-Asia sono state fissate a 550.000 $/giorno, mentre le Suezmax superano i 320.000 $/giorno (Xclusiv Shipbrokers).
I Forward Freight Agreements di marzo oscillano intorno ai 400.000 $/giorno e segnalano aspettative per prezzi eccezionalmente elevati nelle prossime settimane. Inoltre, le deviazioni forzate dalle rotte critiche aumentano i tempi di consegna e riducono il margine di capacità disponibile, occupando per più tempo navi e container, nonché amplificando la pressione sui mercati energetici e sulle supply chain globali.
Le conseguenze per l’Unione Europea
L’UE, che importa oltre il 90% del petrolio e il 60% del gas, è tra le regioni del mondo più esposte, assieme all’Asia.
L’aumento dei prezzi di petrolio, diesel, elettricità e GNL si ripercuotono rapidamente sull’inflazione, oggi al 1,9%, minacciando di invertire il trend deflazionistico in corso dal 2025. Il rischio principale è il passaggio da uno shock di prezzo a uno ‘shock di flusso’, conseguente alla riduzione fisica dell’offerta disponibile.
Le supply chain europee subiscono così un doppio impatto: costi logistici in forte aumento e ritardi nelle consegne di materie prime, componenti industriali e alimenti importati. I settori più esposti sono chimica, metallurgia, automotive, agroalimentare e retail.
L’aumento dei costi energetici agisce come una tassa regressiva, comprimendo il potere d’acquisto delle famiglie e frenando i consumi.
Rischi macroeconomici e risposta politica
La BCE avverte che uno shock energetico prolungato potrebbe generare effetti secondari sull’inflazione, rendendo possibili nuovi rialzi dei tassi, uno scenario indesiderato in un contesto di crescita già debole: il PIL europeo nel Q4 2025 è cresciuto solo dell’1,5%, secondo rallentamento consecutivo. Un irrigidimento monetario in presenza di uno shock dell’offerta aumenterebbe il rischio di stagnazione.
La crisi dello Stretto di Hormuz non è un evento puramente tecnico, bensì un potenziale punto di svolta per l’economia europea e la sua evoluzione determinerà se l’UE affronterà solo un temporaneo aumento dei prezzi o una nuova fase di instabilità energetica e industriale.



