La transizione energetica, la digitalizzazione e la corsa mondiale all’intelligenza artificiale hanno portato le cosiddette terre rare a divenire una delle risorse strategiche più ricercate del XXI secolo. Per le supply chain, occidentali e asiatiche, la sicurezza di approvvigionamento non è più una tematica tecnica, ma una questione geopolitica.
Ecco dunque che una nuova geografia industriale emerge, con l’area del Caspio attorno al quale insistono le ex repubbliche sovietiche dell’Asia Centrale come regione chiave, capace di influenzare gli equilibri industriali del globo. La sua rilevanza non deriva solo dalla disponibilità geologica, ma dalla posizione geografica e dalle iniziative diplomatiche figlie dell’essere stata messa sotto la lente da Stati Uniti, Unione Europea, Giappone, Corea del Sud e Cina.
Leggi anche:
Proteggere le terre rare: perché il G7 vuole blindare le supply chain dei minerali critici
Una regione ricca di minerali critici e potenzialità industriali
Secondo il rapporto del Caspian Policy Center ‘Central Asia and the New Critical Minerals Frontier’, presentato nel corso del Critical Minerals Ministerial organizzato dal Dipartimento di Stato USA, il gruppo di nazioni che comprende Kazakhstan, Uzbekistan, Kyrgyzstan, Tajikistan, Turkmenistan e Azerbaijan possiede risorse che includono uranio, rame, tungsteno, antimonio, litio, terre rare e metalli strategici come tantalio, niobio e berillio.
Guardandoli caso per caso, il Kazakhstan è considerato il paese con la giurisdizione mineraria più matura, con un settore dell’uranio già integrato nelle supply chain globali e con una crescente attenzione verso le terre rare, ancora in fase esplorativa. L’Uzbekistan sta modernizzando l’infrastruttura metallurgica e ampliando le indagini geologiche, mentre l’Azerbaijan si sta affermando come piattaforma logistica avanzata grazie alla modernizzazione del porto di Baku e al suo ruolo nel Middle Corridor. Kyrgyzstan e Tajikistan offrono potenziale geologico significativo, ma con rischi politici e infrastrutturali che limitano l’ingresso di investitori. Il Turkmenistan rimane invece un attore marginale nel mining, ma con una posizione geografica che potrebbe diventare strategica nel lungo periodo.
Il collo di bottiglia del midstream: dove si decide la competizione globale
Durante il World Bank Mining Forum 2024, diversi analisti hanno sottolineato che la vera competizione non si gioca nelle miniere, ma negli impianti di separazione, metallizzazione e produzione di magneti permanenti.
È la Cina a controllare oltre l’85% della capacità globale di separazione delle terre rare e quasi tutta la produzione di magneti NdFeB, come evidenziato anche da Rare Earth Exchanges nel suo studio ‘Great Powers Era 2.0’. Finché i concentrati estratti in Asia Centrale continueranno a essere inviati agli impianti cinesi, la regione resterà un fornitore di materie prime e non un attore industriale.
Per i manager della supply chain occidentale, questo significa che la diversificazione geografica non può limitarsi all’upstream, ma deve includere investimenti in impianti midstream e downstream, senza i quali la dipendenza dalla Cina rimane strutturale.
Infrastrutture, logistica e geopolitica: il ruolo decisivo del Middle Corridor
La regione è oggi anche al centro di un’intensa attività diplomatica e finanziaria. Il Middle Corridor, sostenuto da Kazakhstan, Azerbaijan, Georgia, Turchia e Unione Europea, è diventato la principale alternativa ai transiti attraverso Russia e Cina. Il programma europeo Global Gateway, il FORGE Framework statunitense e la Tokyo Declaration firmata tra Giappone e governi dell’Asia Centrale puntano a rafforzare porti, ferrovie, dogane e standard tecnici.
La DFC statunitense, insieme ad ADQ e Orion Resource Partners, ha annunciato una piattaforma di finanziamento fino a 1,8 miliardi di dollari destinata a progetti minerari e infrastrutturali. Secondo l’EBRD, gli investimenti in corso potrebbero ridurre del trenta per cento i tempi di trasporto verso l’Europa entro il 2028, rendendo il corridoio competitivo rispetto alle rotte tradizionali. La Banca Mondiale e la Banca Asiatica di Sviluppo stanno inoltre supportando la modernizzazione normativa e la formazione tecnica, elementi essenziali per attrarre investimenti industriali.
Perché l’Asia Centrale è cruciale per le supply chain occidentali e cinesi
Per le supply chain occidentali, la regione rappresenta una delle poche aree al mondo con un mix di risorse, stabilità relativa e apertura diplomatica sufficiente per costruire filiere alternative alla Cina. Per la Cina, invece, l’Asia Centrale è un’estensione naturale della Belt and Road Initiative e una fonte di materie prime che può alimentare la sua industria dei magneti e dei componenti avanzati.
La competizione tra i differenti modelli industriali si gioca quindi sulla capacità di costruire per primi impianti di separazione, metallizzazione e produzione di leghe, e su chi controllerà i corridoi logistici che collegano la regione ai mercati globali.
L’Asia Centrale è oggi una regione in trasformazione, ricca di risorse e strategicamente posizionata, ma ancora priva delle filiere industriali che trasformano i minerali in tecnologie. Se le iniziative in corso riusciranno a colmare il divario esistente tra industria mineraria estrattiva e produzione hi-tech, la regione potrebbe ambire a diventare un pilastro delle supply chain occidentali e un terreno di competizione con la Cina.
In caso contrario, resterà un corridoio di transito e un serbatoio di materie prime per altri.




