Per anni il contributo dei trasporti e della logistica all’economia italiana è stato valutato attraverso il perimetro statistico tradizionale del Settore H, ossia le attività di trasporto e magazzinaggio classificate nei codici Ateco 49-53. Una rappresentazione utile sul piano contabile, ma sempre più inadeguata a descrivere il ruolo svolto dalla mobilità delle merci e delle persone nelle moderne catene del valore.
È da questa considerazione che prende le mosse lo studio ‘Rilevanza dei trasporti e della logistica in Italia‘, realizzato da Federtrasporto e Centro Studi Confindustria e presentato durante l’Assemblea nazionale della federazione.
Il lavoro propone una lettura sistemica del comparto, superando la frammentazione tra modalità di trasporto, attività logistiche e infrastrutture e misurando non soltanto il valore prodotto direttamente dagli operatori, ma anche la ricchezza attivata lungo l’intera economia nazionale.
Il risultato porta a una conclusione destinata a incidere sul dibattito industriale dei prossimi anni: il sistema integrato dei trasporti e della logistica genera un valore aggiunto attivato di 341 miliardi di euro, equivalente al 19% del PIL nazionale, e sostiene 4,67 milioni di occupati equivalenti a tempo pieno, pari al 19,5% dell’occupazione complessiva.
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La metodologia: dal dato statistico al valore abilitante
L’aspetto più rilevante della ricerca è rappresentato dall’impianto metodologico. Lo studio costruisce infatti un sistema di misurazione a tre livelli, finalizzato a rappresentare il peso economico effettivo della filiera.
Il primo livello coincide con il perimetro ufficiale della contabilità nazionale e considera esclusivamente i servizi di trasporto e logistica acquistati sul mercato. In questo ambito il comparto genera 86 miliardi di euro di valore aggiunto, pari al 4,8% del PIL.
Il secondo livello amplia l’analisi includendo la logistica in conto proprio, i carburanti, la manutenzione dei mezzi, il noleggio, le infrastrutture e le attività di organizzazione dei viaggi direttamente riconducibili alla mobilità. In questa configurazione il valore diretto sale a 184 miliardi di euro, corrispondenti al 10,3% del PIL.
Il terzo livello utilizza invece il metodo dell’estrazione ipotetica applicato alle tavole input-output dell’economia. Si tratta di una metodologia consolidata nell’analisi economica che consente di simulare la rimozione di un settore produttivo dal sistema economico per misurarne la funzione abilitante. Attraverso questo approccio vengono quantificati gli effetti diretti, indiretti e indotti della filiera, arrivando alla stima di 341 miliardi di euro di valore aggiunto attivato. In altre parole, è la ricchezza che il sistema Paese perderebbe in assenza della rete integrata dei trasporti e della logistica.
Logistica e trasporti come infrastruttura industriale
Lo studio introduce inoltre un cambio di visione rispetto all’impostazione tradizionale del settore. Per la prima volta mobilità delle merci, mobilità delle persone, logistica, infrastrutture e servizi di supporto vengono considerati come componenti di un unico sistema industriale integrato.
Particolarmente significativo risulta il peso attribuito alla logistica, che da sola sviluppa un impatto economico di 202 miliardi di euro, pari al 59% del totale, mentre trasporto merci e passeggeri valgono 84 miliardi (25%), carburanti e manutenzione 30 miliardi (9%) e infrastrutture e servizi ancillari 25 miliardi (7%). Inoltre, i principali settori utilizzatori dei servizi logistici risultano essere il duo manifattura-industria (34%) e commercio (21%); si tratta di dati particolarmente preziosi in quanto spiegano dove si genera il valore della filiera e quali siano le principali dipendenze economiche tra logistica, manifattura e commercio.
In tutti i casi, ciò conferma che la logistica non può essere interpretata, prassi invece comune un tempo, come fase terminale della catena produttiva o come mera funzione operativa, bensì come fattore strutturale di competitività dell’industria nazionale.
In tale contesto si inserisce anche il richiamo del presidente di Federtrasporto, Paolo Colombo, alla necessità di accompagnare le imprese verso modelli ‘franco destino’, nei quali il controllo della supply chain venga mantenuto fino al mercato finale. Secondo la federazione, presidiare l’ultimo miglio significa trattenere valore aggiunto, dati, competenze e relazioni commerciali strategiche.
Occupazione, investimenti e competitività
L’analisi evidenzia inoltre una forte correlazione tra logistica, occupazione e sviluppo economico. I 4,67 milioni di occupati FTE attivati dalla filiera rappresentano quasi un lavoratore su cinque in Italia, confermando il carattere trasversale del settore rispetto a manifattura, commercio ed export.
Durante l’assemblea è stato inoltre sottolineato come la conclusione del ciclo di investimenti legato al PNRR renda necessaria una nuova programmazione infrastrutturale di lungo periodo.
Secondo Confindustria, per le sole infrastrutture di trasporto saranno necessari circa 550 miliardi di euro nei prossimi quindici anni, con priorità al completamento dei corridoi TEN-T e allo sviluppo dell’intermodalità delle merci.
La sfida è resa ancora più urgente dal posizionamento logistico dell’Italia. Nel Logistics Performance Index elaborato dalla Banca Mondiale il Paese è collocato al 19° posto, una posizione che evidenzia ancora margini rilevanti di miglioramento in termini di efficienza infrastrutturale, qualità dei servizi logistici e integrazione delle reti.
L’elemento forse più importante che emerge dalla ricerca è però di natura strategica: trasporti e logistica non vengono più rappresentati come settori di supporto all’economia, bensì come un’infrastruttura produttiva che abilita manifattura, commercio, export e consumi. Se il 19% del PIL nazionale dipende dal loro funzionamento, il tema non riguarda più soltanto gli operatori della filiera, ma la capacità competitiva complessiva del sistema industriale italiano.




