La carenza di marittimi non è più un segnale d’allarme: è una realtà consolidata. Le stime di International Chamber of Shipping (ICS) e BIMCO indicano un deficit globale di circa 90.000 unità già nel 2021, un numero che continua a pesare sulla navigazione commerciale. Il deficit di personale qualificato è ormai strutturale e spinge compagnie e istituzioni a ripensare i modelli formativi per garantire continuità operativa.
In Italia il problema è amplificato da un fattore culturale: l’aspirazione a perseguire una vita sul mare, nelle giovani leve si è indebolita. Infatti, solo una piccola percentuale dei diplomati degli istituti nautici sceglie la carriera in mare, mentre la vita di bordo percepita dura, poco attrattiva e spesso lontana da modelli lavorativi più “moderni”, nonché il crescente richiamo del settore dei mega yacht, finiscono per sottrarre ulteriori risorse alla marina mercantile.
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Formazione lunga, imbarco difficile: il nodo italiano
Il percorso formativo italiano è uno dei più lunghi in Europa: sette anni tra istituto tecnico e ITS per ottenere le qualifiche di ufficiale. Un modello che fatica a rispondere alle esigenze del settore, soprattutto perché l’imbarco degli allievi non è garantito.
Molte compagnie lamentano la mancanza di personale qualificato sia di macchina che di coperta, ma non investono in programmi strutturati di formazione e fidelizzazione. Il risultato è un paradosso: giovani motivati che non trovano un imbarco e aziende che non riescono a coprire i ruoli chiave. La distanza tra teoria e pratica resta ampia, e la formazione non sempre rispecchia la complessità operativa delle navi moderne.
Il confronto internazionale: chi sta investendo davvero
Paesi con forte vocazione marittima – Norvegia, Grecia, Corea del Sud, Filippine – hanno adottato strategie più efficaci per garantire ricambio generazionale. In particolare, esse prevedono navi scuola dedicate, campagne in mare integrate nei programmi scolastici, partnership obbligatorie tra istituti e compagnie, incentivi pubblici per l’imbarco degli allievi.
Questi modelli garantiscono un flusso costante di nuovo personale e riducono la dipendenza da quello estero. L’Italia, pur disponendo di una rete storica di istituti nautici e ITS, non ha ancora introdotto strumenti equivalenti, con effetti diretti sulla capacità di presidiare il traffico commerciale e la logistica nel Mediterraneo.
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Perché la formazione è una questione strategica
Il commercio marittimo muove oltre l’80% delle merci mondiali, secondo le stime dell’International Maritime Organization. Senza personale qualificato, un Paese perde competitività, capacità logistica e autonomia strategica. Per l’Italia, investire nella formazione significa, pertanto, garantire maggior sicurezza e qualità operativa, rafforzando la resilienza logistica, sostenere la blue economy ed evitare dipendenze esterne.
Senza considerare che in tal modo si otterrebbe il risultato di valorizzare una tradizione marittima che è parte della sua identità economica.




