Il ritorno pieno delle accise torna a gravare sui prezzi dei carburanti ed apre un nuovo fronte tra il governo e le categorie interessate, prima tra tutte, dal nostro punto di vista, quella degli autotrasportatori.

L’eliminazione da parte del Governo dello sconto sulle accise, introdotto, seppur in forma provvisoria e per fronteggiare il particolare momento di emergenza economica, dal precedente esecutivo, ha determinato, infatti, l’immediata ripercussione sui prezzi di benzina e gasolio alle pompe con la prevedibile reazione dei consumatori.

Senza voler entrare nel merito delle motivazioni politiche alla base della decisione presa, tralasciando le accuse di speculazioni in atto, presto respinte da tutti gli attori della filiera, dai gestori degli impianti di distribuzione alle grandi industrie petrolifere, rileviamo che se il mondo dell’autotrasporto è quello che rischia la penalizzazione più forte, le ricadute economiche coinvolgono l’intera catena logistica.

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Il costo del trasporto, infatti, incide sul prezzo dei beni trasportati e, in paese come l’Italia, dove l’utilizzo del vettore su gomma è prevalente, il timore di alimentare ulteriormente la spirale inflazionistica appare molto elevato.

Non a caso, come rileva il Sole24Orel’inflazione in Italia rimane a livelli più alti che in altri paesi, proprio per questa componente legata ai costi dei trasporti.

Il timore, quindi, di un allargamento a macchia d’olio, via via che i trasporti si faranno più cari, è quindi reale con il coinvolgimento di una molteplicità di beni.

Non a caso, alte sono arrivate le proteste degli autotrasportatori, ad esempio, legati alla filiera ortofrutticola al punto da minacciare la ripresa di manifestazioni come quella dei “tir lumaca” che già hanno caratterizzato un recente passato.

Particolarmente esposti al caro gasolio risultano anche comparti tradizionalmente più deboli per composizione e struttura come quello della pesca per cui l’incremento del prezzo del carburante erode o, addirittura, azzera i margini di guadagno.

A rendere più oneroso il conto dell’autotrasporto, inoltre, vi è l’aumento scattato ad inizio anno delle tariffe autostradali del 2% che ai più appare non giustificato dai servizi realmente resi dalla concessionaria.

 

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Uno scenario già visto

In realtà, quanto sta accadendo in questi giorni ha il sapore del già visto in quanto, ciclicamente, ogni oscillazione al rialzo del prezzo del gasolio genera apprensione e proteste in tutte le imprese di autotrasporto.

Già ad inizio 2022, Confartigianato Trasporti aveva denunciato che nell’arco dell’anno il prezzo del gasolio aveva registrato un’impennata del 20,7%, rialzo che si era scaricato sui margini di profitto e sul valore aggiunto aziendale e che appariva di difficile sostenibilità per le micro e piccole imprese del settore.

Si tenga presente che, secondo la stessa fonte, la voce carburante grava per il 30% dei costi aziendali.

L’Italia oggi, dopo l’attuale decisione del Governo, sale al terzo posto nella graduatoria dei prezzi del gasolio alla pompa più alti d’Europa, come rileva l’Osservatorio sui prezzi dell’energia della Commissione Europea, mentre la CNA Fita, che associa oltre 35mila imprese di autotrasporto, osserva come a far lievitare il costo del carburante sia l’incremento di accisa e tassa sull’accisa (cioè l’iva) passate dal 38,7% dello scorso dicembre al 50,69% attuale.

Tutto ciò comporterà, con tutta probabilità, un maggior costo di circa 10.300 euro l’anno per un veicolo pesante.

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Dietro al rialzo

Se è senz’altro vero che in Italia la voce accise pesa in misura superiore al 50% sul prezzo finale del gasolio come della benzina, occorre considerare che il prezzo del carburante, depurato dalle imposte, ha subito notevoli aumenti tra la fine del 2021 ed i primi mesi del 2022  in buona parte  per l’aumento delle quotazioni del petrolio e le decisioni produttive dei paesi membri dell’Opec poco propensi ad aumentare i quantitativi da porre sul mercato.

Il conflitto in Ucraina rappresenta un’ulteriore variabile soprattutto per la decisione degli Stati uniti di bloccare l’importazione di petrolio dalla Russia. Si tenga però presente che la dipendenza dell’Italia da tale fonte è stata nel 2021 solo del 13% di tutto il petrolio importato mentre considerando l’intera Europa il dato sale al 30%.

Sul prezzo finale incide poi la quotazione del petrolio in dollari e, quindi, l’attuale cambio sfavorevole dell’euro, senza dimenticare il costo della raffinazione.

Tutti fattori che, comunque, per essere indotti ad una variabilità necessitano di misure prese a livello globale internazionale, per cui il raggio d’azione dei singoli stato sembra limitarsi ai diversi regimi di tassazione ed alla loro sostenibilità.

Ciò vale anche per la disponibilità del prodotto sul mercato che, come già anticipato da molti analisti, potrebbe a breve essere ridotta.

A ciò potrebbe concorrere anche la crescita della domanda nell’America settentrionale, ove i prezzi stanno aumentando, spingendo le multinazionali a preferirla per la collocazione del loro prodotto.

Dal 5 febbraio prossimo, infine, scatterà l’embargo alla Russia anche sui prodotti raffinati come il gasolio e si presume che la situazione europea potrebbe ulteriormente peggiorare con riflessi anche sul nostro paese.

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