La controversa politica tariffaria statunitense voluta unilateralmente dall’amministrazione Trump attraversa una fase di tensione interna allo Stato che ha pochi precedenti storici, approdata adesso ad un confronto diretto tra la Casa Bianca e il sistema giudiziario federale.
I dazi imposti globalmente sulle merci in entrata negli States voluti dal presidente Trump hanno collezionato ben due bocciature, che hanno aperto un fronte di incertezza che coinvolge imprese, mercati e partner commerciali internazionali.
Mentre la Corte Suprema e la Court of International Trade ritengono illegittimo il ricorso ai riferimenti normativi emergenziali dei quali si è servita la Casa Bianca, l’amministrazione insiste nel voler cercare nuove basi legali per preservare la leva tariffaria così ottenuta, con ogni probabilità per mantenere alta la pressione su Cina ed Europa.
La partita interessa però tutti, Italia compresa, senza escludere gli importatori attivi negli USA, molti dei quali hanno fatto ricorso, vincendolo, contro i dazi.
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Le origini del conflitto istituzionale
Il primo scontro risale a quello che lo stesso Trump aveva battezzato ‘liberation day’ del 2 aprile 2025, quando la Casa Bianca impose dazi a tutto spiano basandosi sull’International Emergency Economic Powers Act.
Dopo alcuni mesi, la Corte Suprema ha però stabilito che tale norma non autorizza il Presidente ad introdurre tariffe in maniera generalizzata e permanente, costringendo, almeno in linea teorica, il governo a predisporre il rimborso dei circa 166 miliardi di dollari già incassati.
La decisione ha notevolmente minato la solidità della strategia tariffaria dell’amministrazione, che ha reagito cercando strumenti alternativi per mantenere attiva la pressione commerciale.
Il secondo tentativo e la nuova bocciatura
Per aggirare il limite imposto dalla Corte Suprema, la Casa Bianca ha reintrodotto dazi del 10% basandosi sulla Section 122 del Trade Act del 1974, misura temporanea pensata per proseguire nella raccolta tariffaria e preservare la postura negoziale.
Parallelamente sono state avviate indagini ai sensi della Section 301, considerate più solide dal punto di vista legale e volte a dimostrare l’esistenza di pratiche commerciali scorrette da parte dei paesi colpiti.
Nemmeno a farlo apposta, nel frattempo, la Court of International Trade ha stabilito che le condizioni previste dalla Section 122 non sussistono, invalidando nuovamente i dazi e bloccandone la riscossione per i ricorrenti.
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Le reazioni della Casa Bianca e la strategia di appello
Il presidente ha dichiarato che ‘in un modo o nell’altro’ i dazi verranno imposti, mentre il rappresentante commerciale Greer ha annunciato un ricorso che potrebbe riportare la questione davanti alla Corte Suprema.
L’amministrazione punta a guadagnare tempo attraverso le indagini Section 301, ma i tempi tecnici rendono improbabile una conclusione prima dell’estate.
Ne deriva un limbo normativo in cui la Casa Bianca non dispone di un’autorità chiara per introdurre nuove tariffe, con effetti immediati sulla credibilità delle minacce rivolte a Cina e Unione Europea.
Impatti geopolitici e commerciali
La tempistica delle sentenze indebolisce la posizione negoziale degli Stati Uniti. Il presidente si prepara a un incontro con il suo omologo cinese Xi Jinping senza poter fare pieno affidamento sulla leva tariffaria, mentre la scadenza del 4 luglio fissata come ultimatum nei confronti dell’UE rischia di arrivare prima che l’amministrazione disponga di basi legali solide.
Nel frattempo, l’industria automobilistica nordamericana sollecita a gran voce che venga preservata l’USMCA, temendo che l’incertezza tariffaria comprometta catene di fornitura che sono di fatto integrate da decenni.
Cionostante, l’economia statunitense mostra una certa resilienza, con 115.000 nuovi posti di lavoro nell’ultimo mese, elemento che potrebbe rafforzare la determinazione della Casa Bianca nel mantenere una linea dura.
Prospettive per imprese e mercati
La combinazione di ricorsi, rimborsi multimiliardari e indagini in corso genera un quadro di instabilità che colpisce importatori, produttori e operatori logistici.
Le aziende valutano possibili richieste di rimborso, mentre i mercati del trasporto e della manifattura affrontano costi doganali variabili e scenari normativi in mutazione costante.
Gli stessi risultati occupazionali posso essere frutto di una virata verso il reshoring che potrebbe rivelarsi una bolla pronta a volatilizzarsi qualora lo svantaggio artificialmente imposto nel produrre all’estero dovesse trovare un rapido epilogo.
La disputa tra poteri dello Stato non riguarda solo la legittimità dei dazi, ma la capacità degli Stati Uniti di utilizzare la politica commerciale come strumento strategico nel complicatissimo contesto globale, per altro reso tale anche dal loro contributo.



