La riapertura dello Stretto di Hormuz, annunciata sia da parte iraniana che da parte statunitense appena il 17 aprile scorso, è durata meno di una notte: si tratta, probabilmente, della concessione più breve della storia. L’Iran aveva dichiarato che il passaggio sarebbe stato ‘completamente aperto’ per tutta la durata del cessate il fuoco tra Israele e Libano (una decina di giorni, nella bozza iniziale), un gesto che aveva immediatamente fatto scendere i prezzi del petrolio e dato l’impressione di una tregua logistica.
La normalità, come si è tuttavia capito, in questa crisi è un miraggio. Già la mattina successiva, sabato 18 aprile, la Marina dei Pasdaran aveva ripristinato il blocco, ordinando via radio a tutte le navi di invertire la rotta. La voce del comandante in capo iraniano, rilanciata da Al Jazeera, è diventata il simbolo di un mondo sospeso: «Lo Stretto è bloccato ed è proibito passare. Tornate al vostro punto di partenza immediatamente».
D’altronde, anche il perdurare dello sblocco dei transiti non sarebbe bastato a riportare il sistema marittimo mondiale alla normalità: troppo profonde le conseguenze della chiusura quasi totale dello stretto per quasi due mesi, troppo evidenti le fragilità strutturali emerse lungo una delle strettoie più strategiche del pianeta.
Spari, minacce e un blocco che si fa violento
Alle parole sono seguite azioni che hanno mostrato quanto la situazione sia ormai fuori controllo, oltreché troppo mutevole perché, anche in futuro, le compagnie di navigazione possano fidarsi.
Gli esempi riportati dalla stampa internazionale sono eloquenti: navi salpate a stretto aperto, come la petroliera indiana Sanmar Herald, sono state avvicinate da motoscafi veloci dei Pasdaran senza alcun preavviso via radio e prese di mira con colpi di arma da fuoco per costringerle ad invertire la rotta. Quando agli spari sono state preferite le parole è andata di poco meglio: un mercantile maltese ha ricevuto l’inequivocabile avvertimento: «Apriremo il fuoco e vi distruggeremo», mentre una portacontainer indiana è stata colpita da un proiettile non identificato mentre navigava a venticinque miglia dall’Oman, dando l’idea di come da nessuna parte nei pressi di Hormuz si possa navigare senza rischi.
Alcune navi sono riuscite a passare solo sfruttando la breve finestra notturna in cui il blocco non era ancora stato ripristinato, tra cui la nave da crociera italiana MSC Euribia, ferma da un mese e mezzo nel Golfo. La maggior parte sono rimaste intrappolate.
Gli Stati Uniti, nel frattempo, non hanno revocato il blocco navale imposto alle navi iraniane, tra i motivi della ‘ritorsione’ di Teheran malgrado l’iniziale apprezzamento per il cessate il fuoco in Libano. Ventitré vascelli di Teheran sono già stati costretti a rientrare, e secondo il Wall Street Journal Washington si prepara ad abbordaggi in acque internazionali, secondo uno schema già sperimentato in Venezuela. L’Iran accusa gli Stati Uniti di ‘atti di pirateria’, ma allo stesso tempo lascia filtrare la disponibilità a discutere tre proposte americane, pur senza accettare per ora il nuovo summit richiesto da Trump.
Il valore strategico di un corridoio fragile
La riapertura di ieri, per quanto effimera, aveva un valore economico enorme. Attraverso Hormuz transita ogni giorno circa il venti per cento del petrolio e del gas naturale liquefatto del pianeta, pari a venti milioni di barili al giorno e a un valore annuale di seicento miliardi di dollari.
Una ricchezza che attraversa un corridoio largo meno di quaranta chilometri, profondo in alcuni punti appena sessanta metri, con l’Iran da un lato e Oman ed Emirati dall’altro: chi controlla Hormuz controlla il respiro energetico del mondo.
Non sorprende che la sua chiusura, iniziata il 28 febbraio dopo l’attacco statunitense-israeliano all’Iran, abbia generato un ingorgo di oltre mille navi nel Golfo Persico e fatto schizzare i prezzi del greggio. Né sorprende che la riapertura, per quanto breve, abbia immediatamente fatto crollare le quotazioni del Brent e del WTI (scesi, venerdì 17 aprile, rispettivamente di oltre il 10% e di oltre l’11%).
D’altra parte, è noto che uno degli obiettivi di Teheran sia, in ottica di lungo periodo, introdurre un sistema di controllo delle priorità per il passaggio: le navi che accettano i protocolli imposti dalla Repubblica islamica e che pagano per i servizi di sicurezza ottengono un canale preferenziale.
In questo quadro va intesa l’assenza di una mappa delle mine messe dai Pasdaran, di modo da costringere le navi a dipendere dalla propria Marina per attraversare le acque di Hormuz.
Il fattore tempo: la vera emergenza comincia ora
Il punto da mettere a fuoco, per le economie occidentali (ma anche asiatiche), è che anche con una stabile riapertura di Hormuz, la normalità non sarebbe tornata.
Una petroliera impiega due mesi per arrivare in Europa: significa che proprio in questi giorni stanno attraccando le ultime navi partite prima della guerra; dopo di esse, il flusso di greggio si ridurrà a un rivolo. Il dieci per cento del petrolio che Europa e Italia importano da Hormuz non arriverà più, motivo per cui la vera emergenza comincia ora.
Anche se la guerra finisse domani, la prima petroliera arriverebbe dopo metà giugno, e lo smaltimento dell’ingorgo richiederebbe mesi: nel Golfo ci sono almeno seicento tanker ferme, come auto in una coda infinita.
Tra l’altro, le aperture e chiusure a singhiozzo non aiutano, in quanto ogni interruzione aggiunge ritardi che si accumulano come strati di sedimento.
Le evidenze della chiusura: la più grande crisi energetica della storia
È bastata la chiusura dello Stretto successiva al 28 febbraio e protrattasi sino a venerdì scorso a generare quella che l’Agenzia Internazionale dell’Energia ha indicato come la più grande crisi energetica mai vista.
L’Europa, che prima del conflitto importava dal Golfo il 75% del proprio jet fuel, il carburante per aerei, dispone ora di scorte per appena sei settimane.
L’attuale interruzione della catena di fornitura degli idrocarburi è stata stimata come quattro volte più grande delle crisi del 1973 e del 1979 messe insieme.
Alcuni effetti si sono visti rapidamente, con i prezzi dell’energia aumentati in tutto il mondo e le catene di approvvigionamento di fertilizzanti, elio per semiconduttori, API farmaceutici e agricole dei Paesi africani vessate da ritardi e carenze; in Asia, in particolare nel Sud-Est, si sono registrate chiusure di locali pubblici e riduzioni degli orari di lavoro per mancanza di carburante.
Mercato fisico e finanziario, lingue incompatibili
In questo scenario si innesta anche un corto circuito finanziario: il mercato dei futures sembra infatti ignorare la realtà, con le quotazioni che indicano un barile a ottantacinque dollari da fine estate, quando il petrolio fisico, sulle tanker, viaggia a centocinquanta.
Una differenza tanto ampia e anomala suggerisce che il blocco di Hormuz sia solo metà del problema. L’altra metà è strutturale e riguarda la capacità produttiva dei Paesi del Golfo.
I sauditi hanno comunicato che i danni a pozzi e impianti, causati da missili e droni iraniani, hanno ridotto la capacità produttiva del cinque per cento, pari a seicentomila barili al giorno: anche con una sovrapproduzione immediata di un milione di barili al giorno, servirebbero due anni per tornare alla normalità.
Da par suo, il Qatar ha annunciato che per riportare a regime il suo principale giacimento di gas occorreranno da tre a cinque anni, con una produzione ridotta del venti per cento fino ad allora.
Un mercato energetico che non tornerà più com’era
Se la guerra continua, questi calcoli potrebbero peggiorare. I pozzi non sono rubinetti: se restano chiusi troppo a lungo la pressione interna cala, l’acqua penetra e il giacimento si spegne.
Gli Stati Uniti potrebbero colmare parte del buco, ma non tutto. Secondo la società di consulenza Wood Mackenzie, citata da Repubblica, le compagnie americane possono aumentare la produzione di centocinquantamila barili al giorno nell’immediato e di seicentomila entro fine anno, bastevoli appena per coprire il deficit saudita.
Lo shale statunitense (petrolio estratto con processi pirolitici o tramite frackling), richiede peraltro investimenti continui, difficilmente plausibili in un mercato così volatile.
Il Fondo Monetario Internazionale, nello scenario più severo, prevede un barile a centodieci-centoventi dollari e una crescita globale del due per cento, un livello registrato solo in anni di crisi profonda.
Le ripercussioni sulle supply chain globali
In questo quadro, la riapertura o la chiusura di Hormuz diventano quasi dettagli. Anche se lo Stretto tornasse pienamente operativo, il mercato energetico mondiale non tornerebbe alla normalità per anni.
Le supply chain globali, già provate da due mesi di interruzioni, dovranno affrontare costi più alti, tempi più lunghi, volatilità permanente e una crescente incertezza strategica.
Le ripercussioni non riguardano solo il petrolio: fertilizzanti, elio per semiconduttori, precursori farmaceutici, filiere agricole e interi segmenti della logistica globale stanno già subendo ritardi e carenze.
La congestione di oltre mille navi nel Golfo, sommata ai rischi di attacchi e abbordaggi, ha trasformato Hormuz in un collo di bottiglia che continuerà a propagare effetti per mesi, più realisticamente anni.
Hormuz come simbolo della fragilità globale
Hormuz, in definitiva, non è un semplice punto sulla carta geografica. È il simbolo della fragilità del sistema energetico e commerciale mondiale.
I chokepoint marittimi non sono più considerabili solo in quanto passaggi fisici obbligati, ma, nel mondo polarizzato e diviso di oggi, rappresentano delle leve geopolitiche. Hormuz è a pieno titolo una di queste: secondo l’ex consigliere della Casa Bianca Amos Hochstein, l’Iran ha acquisito un controllo strutturale sullo Stretto che difficilmente cederà, indipendentemente dagli accordi su una possibile tregua. Per lo shipping globale questo significa che la volatilità diventerà la nuova normalità.
Le conseguenze pratiche si sono già mostrate, con il forte aumento dei premi assicurativi, il continuo e crescente rischio di rerouting, le congestioni portuali e la maggiore complessità nella pianificazione produttiva, soprattutto nei settori energivori.
La crisi che interessa lo Stretto che da accesso al Golfo Persico dimostra che un singolo chokepoint può mettere in ginocchio intere economie su scala continentale e che la stabilità non può più essere affidata alla speranza che tutto continui a funzionare come prima.
Paradossalmente, questa crisi è anche un potente quanto involontario spot per la transizione energetica: auto elettriche, pompe di calore, pannelli solari e tecnologie che non dipendono dagli idrocarburi appaiono oggi meno come scelte ideologiche e più come necessità strategiche.
Hormuz si riapre, si richiude, si riaprirà forse ancora. Ma la normalità, quella sì, non tornerà più.



