Non rimanere asfissiati dal lock down, ma allo stesso tempo non ricadere nel baratro. È una sfida non da poco, specie per tutte quelle piccole e medie imprese che costituiscono l’ossatura dell’industria italiana.

Già durante la Fase 1 della lotta al Coronavirus è noto che molte aziende hanno continuato a lavorare in deroga, presentando un’autocertificazione alle prefetture di competenza. Naturalmente si è sollevato un dibattito a latere sul rispetto delle norme di distanziamento e di protezione dei lavoratori.

Piccole e micro imprese, una preoccupazione non solo italiana

Gli ultimi dati Eurostat mostrano come la realtà delle imprese industriali e dei servizi privati in Italia veda il prevalere di strutture al di sotto dei 10 dipendenti che costituiscono ben l’88,3% del totale e che in particolare il peso di quelle sino a 4 dipendenti sia del 74,55%, mentre solo l’11,7 rientra nella categoria delle imprese di maggiori dimensioni, con oltre 10 dipendenti.

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Una ripartizione, da sempre caratterizzante il sistema industriale e dei servizi italiano, ma che, seppur in misura meno accentuata, è oggi condivisa da molte altre nazioni; circola infatti in Europa la preoccupazione che le imprese di piccole dimensioni, spesso a gestione familiare o con la sola presenza del titolare, possano uscire malconce da questa esperienza.

Non solo in Italia, infatti, le aziende artigiane con meno di dieci dipendenti, tra operai ed amministrativi, sono numerose o addirittura prevalenti; e dovunque hanno le stesse caratteristiche: un organigramma coincidente talvolta con la struttura familiare stessa, un livello di professionalizzazione per forza di cose inferiore a quello presente in grandi aziende, spazi e risorse per adeguarli insufficienti per fare fronte ad una complessa riorganizzazione strutturale.

Per un’officina meccanica o una società di trasporti di piccola dimensione non è affatto scontato poter sopportare l’investimento necessario a sanificare gli ambienti di lavoro, dotarsi dei dispositivi, dei separatori, dei termoscanner.

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A dirla tutta, in alcune realtà tutto questo è difficile anche da concepire, a volte per la natura stessa del lavoro, a volte anche per la scarsa presenza di figure manageriali.

Quale il rischio dunque? 

In buona sostanza, in assenza di una chiara coordinazione a livello nazionale e regionale, il pericolo è che, da una parte, il tessuto di queste aziende – che, in Italia, è maggioritario – avvizzisca sotto il peso degli oneri e di una dinamica di lavoro comunque rallentata, e, dall’altra, che si vada avanti come se nulla fosse.

Scegliere se sia peggio una produzione asfittica o una ricaduta nel lock down, magari solo individuale, è come minimo amletico.

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