La chiusura — anche solo parziale — dello Stretto di Hormuz rappresenta oggi il più potente stress test per le supply chain globali. Non si tratta di un semplice shock per l’industria petrolifera: è una falla alla linea di galleggiamento del sistema economico mondiale, che con il chiudersi della strettoia iraniana sul Golfo persico vede entrare in crisi energia, chimica, fertilizzanti, agricoltura, alimentare, logistica e welfare.
Nel suo policy brief, il Kiel Institute for the World Economy, intitolato ‘The cost of closing the Strait of Hormuz: energy bottlenecks and global food security’, diffonde il primo documento che cerca di quantificare con precisione la portata di questa serie di vulnerabilità a cascata. Le conclusioni cui giunge il documento sono chiare: la dipendenza mondiale dal Golfo Persico è così profonda da trasformare un collo di bottiglia geografico in un moltiplicatore di instabilità economica globale.
Energia: il primo anello della catena e il più fragile
Come oramai noto anche all’uomo della strada, lo Stretto di Hormuz è il punto di transito del 20% del petrolio mondiale e del 25% del GNL, ossia di una buona fetta degli idrocarburi che Oriente e Occidente utilizzano.
La chiusura dei transiti al suo interno è direttamente collegata ad uno shock dell’offerta, con un aumento dei prezzi energetici stimato oltre il 5% anche negli scenari più conservativi.
Il vero problema non è tuttavia il prezzo del barile: è la rigidità delle supply chain energetiche.
Le raffinerie non possono, infatti, cambiare rapidamente la tipologia di greggio, le flotte LNG non hanno rotte alternative efficienti, e i contratti di fornitura sono spesso annuali. A ciò si aggiunga che l’unica opzione al di là del trasporto via mare è il pompaggio tramite condotte, comunque non equiparabile per portata ai ritmi garantiti da petroliere e gasiere; per di più, l’ingresso in guerra (prevedibile) delle milizie Houthi al fianco dell’Iran sta ri-paralizzando anche lo Stretto di Bab-el-Mandeb, vanificando l’unica altra direttrice che i Paesi arabi esportatori di greggio avevano per aggirare Hormnuz via terra.
I termini pratici, questo significa che i primi mesi di blocco delle esportazioni sono responsabili degli effetti più violenti, con un impatto tangibile su trasporti, industria pesante, logistica e produzione manifatturiera.
Chimica e fertilizzanti: il collo di bottiglia che pochi vedono ma tutti subiscono
Il gas naturale che viene esportato dall’area del Golfo non è utile solo a fini energetici: è anche la materia prima essenziale per i processi industriali che sintetizzano ammoniaca, urea, metanolo, nonché per varie altre lavorazioni petrolchimiche. Senza gas, la produzione di fertilizzanti rallenta o diventa proibitiva.
Il Kiel Institute, nel suo documento, evidenzia come questo settore risulti essere il più vulnerabile in assoluto: non esistono sostituti rapidi, non esistono scorte strategiche significative e la produzione è altamente concentrata in pochi Paesi del Golfo.
L’inevitabile risultato è un effetto domino che parte dal settore energetico e arriva direttamente ai campi agricoli di mezzo mondo.
Agricoltura e alimentare: incubo inflazione
Se i fertilizzanti diventano merce rara, si genera un incremento dei costi agricoli per molti prodotti essenziali come grano, cereali, ortaggi e colture oleaginose. Il Kiel Institute stima un aumento dei prezzi alimentari globali vicino al 3%, ma avverte che nei mercati reali – dominati dalla speculazione e dalla volatilità – l’impatto percepito dalle tasche dei consumatori potrebbe essere molto più elevato.
La crisi alimentare non è quindi un rischio astratto: è la conseguenza diretta della dipendenza dell’agricoltura moderna dalle filiere chimiche ed energetiche mondiali, per cui anche l’orto sotto casa è in qualche modo legato a quanto succede in un’area distante del globo. In altre parole, l’analisi del Kiel Institute mette in allarme riguardo alla sicurezza alimentare mondiale, che anch’essa risente delle sorti dello Stretto di Hormuz.
Welfare globale: chi paga il prezzo più alto
La chiusura dello Stretto non colpisce però tutti allo stesso modo. Le perdite di benessere più elevate riguardano i Paesi importatori di energia e di fertilizzanti, soprattutto se coincidenti con realtà dotate di economie fragili e di scarse alternative domestiche.
Secondo il Kiel Institute, le perdite di welfare nel breve periodo sono drammatiche per una serie di nazioni che una volta si sarebbero definite terzo e secondo mondiali, quali lo Zambia, (-5,49%), lo Sri Lanka (-3,47%), la Siria (-2,86%), il Congo (-2,38%), la Guinea (-2,18%), ma anche Paesi di spicco come Taiwan (-2,31%) e l’India (-1,78%).
A risultare marginalmente esposti sono gli Stati Uniti, grazie alla propria autonomia energetica.
Questa asimmetria trasforma la crisi di Hormuz in un problema di equità globale: i Paesi più poveri pagano il conto più salato per una crisi che non hanno contribuito a generare.
Un caso studio in Europa: il Regno Unito e la filiera dell’ingegneria
Ad offrire un osservatorio privilegiato per comprendere come la crisi di Hormuz si traduca in instabilità operativa laddove non ci si aspetta è il settore ingegneristico britannico.
L’Association for Consultancy and Engineering (ACE) segnala un aumento dei rischi legati ai progetti, una crescente cautela dei clienti e il rischio concreto di un nuovo ciclo inflattivo, alimentato dalla volatilità energetica che si ripercuote sui costi, immediatamente più elevati per materiali, trasporti e lavorazioni energivore.
La Civil Engineering Contractors Association (CECA) ha evidenziato come i margini, già ridotti da Covid e guerra in Ucraina, siano ora sotto ulteriore pressione. L’incertezza sulla pipeline infrastrutturale da 718 miliardi di sterline rischia di rallentare gli investimenti e di fermare l’avvio di nuovi progetti.
Il settore ha chiesto al governo di Londra stabilità tramite compensazioni adeguate, un’accelerazione delle decisioni e misure per ridurre la dipendenza dai combustibili fossili importati. La vera minaccia, secondo ACE, non è la crisi in sé, ma la volatilità prolungata, che rappresenta la condizione più difficile da gestire per chi deve pianificare opere pluriennali.
Filippine: quando la dipendenza energetica diventa emergenza nazionale
Un altro esempio arriva dal Sud Est asiatico, dove le Filippine rappresentano il caso più estremo di vulnerabilità. Con il 98% del greggio importato dal Medio Oriente e il 97% dei prodotti petroliferi provenienti da raffinerie asiatiche dipendenti dal Golfo, il Paese è esposto in modo oltremodo critico.
Il governo ha dichiarato lo stato di emergenza energetica nazionale per almeno un anno, temendo un collasso delle forniture, mentre compagnie nazionali come Philippine Airlines prevede di esaurire il carburante entro giugno, con il rischio concreto di lasciare a terra gli aerei.
L’effetto domino sulla vita reale del Paese è immediato e porta con sé rincari alimentari, l’aumento delle tariffe di trasporto e la necessità di sussidi pubblici, con il governo di Manila che ha già avviato trasferimenti diretti ai lavoratori del trasporto e introdotto servizi gratuiti per studenti e pendolari.
Qui la crisi di Hormuz non è un rischio teorico: è una minaccia quotidiana alla continuità operativa del Paese, un esempio concreto di come un collo di bottiglia geografico, collocato in tutt’altra parte del mondo, possa trasformarsi in una crisi nazionale multisettoriale.


