Il Carbon Border Adjustment Mechanism (CBAM) rappresenta uno dei cambiamenti più profondi nella politica commerciale europea degli ultimi decenni. Nato per evitare il “carbon leakage”, ossia il trasferimento di emissioni di carbonio sotto la giurisdizione di Paesi differenti, scelti in base alla minor rigidità delle politiche ambientali, e garantire condizioni di concorrenza eque tra produttori europei e stranieri, il meccanismo introduce un prezzo sul carbonio incorporato nei beni importati.
Da inizio 2026, dopo tre anni di periodo transitorio di adeguamento alla norma per gli Stati membri, il CBAM non è più un progetto sperimentale, ma una realtà operativa che sta producendo i suoi effetti non solo sulle realtà logistiche dei singoli Paesi, ma sulle catene di fornitura globali, influenzando costi logistici, strategie di approvvigionamento e competitività internazionale. La Corea del Sud, tra i principali partner tecnologici dell’UE, si offre come caso emblematico per comprendere la portata di questo cambiamento.
Come funziona il CBAM
Il CBAM applica un costo alle importazioni in base alle emissioni incorporate nei prodotti, ossia quelle generate dalla loro produzione, facendo sì che gli importatori acquistino dei certificati CBAM in proporzione alle emissioni; in questo modo il prezzo del carbonio pagato dai produttori extra-UE viene allineato a quello sostenuto dalle imprese europee attraverso l’EU ETS, garantendo che anche i prodotti provenienti da aree extra-UE siano comparabili agli standard della UE.
Il meccanismo, in vigore definitivamente dal primo gennaio 2026, è rivolto ai settori ad alta intensità emissiva – come acciaio, ferro, alluminio, cemento, fertilizzanti, idrogeno ed elettricità – con una progressiva estensione ad altri settori prevista nei prossimi anni.
Gli importatori devono quindi acquistare certificati CBAM calcolati sulla differenza tra il prezzo del carbonio nel Paese d’origine e quello europeo, costituendo un incentivo diretto per i produttori esteri a ridurre le proprie emissioni o ad adottare sistemi di carbon pricing più rigorosi per poter operare sul mercato del Vecchio Continente.
Impatti sulle Supply Chain europee
Per l’Unione Europea, il CBAM funge da contrappeso competitivo: la sua funzione è di ridurre il vantaggio, in termini di costi, che i produttori esteri hanno operando in nazioni più permissive dal punto di vista delle regolamentazioni climatiche.
Tuttavia, questa forma di riequilibrio comporta anche difficoltà operative che non sempre inducono le aziende a fare quanto ci si aspetterebbe. Proprio le imprese europee devono infatti garantire maggiore trasparenza in conseguenza ai CBAM, divenendo responsabili della verifica e della certificazione delle emissioni incorporate nei beni importati.
L’entrata in vigore dei CBAM sta anche provocando un riallineamento dei fornitori, con molte aziende che stanno rivalutando la provenienza delle materie prime, privilegiando Paesi con sistemi di certificazione ambientale più vicini a quello europeo.
Il CBAM, quindi, non è interpretabile solo come una tassa, ma va piuttosto visto come un nuovo standard di compliance che influenza la struttura stessa delle catene di fornitura: si pensi solo a quanto la disponibilità di dati certificati diventi un requisito essenziale per evitare ritardi doganali e costi imprevisti, finendo per selezionare quelle società di logistica in grado di fornire dati certi relativi alla filiera.
Effetti sui partner esteri: il caso della Corea del Sud
La Corea del Sud è uno tra i paesi più esposti alle onde d’urto dei CBAM, soprattutto nei settori tecnologici e manifatturieri, nei quali Seoul è grande esportatrice. Il divario tra il prezzo del carbonio coreano e quello europeo è significativo, e questo si traduce in costi aggiuntivi per gli esportatori sudcoreani. Secondo recenti analisi, la piena implementazione del CBAM aumenta i rischi di stabilità lungo tutta la supply chain coreana, con potenziali impatti su competitività e volatilità dei costi di produzione .
Particolarmente critico è il settore dei semiconduttori, dove l’eventuale inclusione nel perimetro CBAM potrebbe generare costi fino a centinaia di milioni di dollari entro il 2034. Di fatto, a divenire punto debole è la stessa struttura dell’industria sudcoreana, rimettendo in discussione scelte ed investimenti fatti nel passato: ad esempio, la dipendenza delle industrie di Seoul dal GNL per alimentare i grandi cluster produttivi amplifica ulteriormente l’intensità emissiva dei prodotti destinati all’Europa.
Per cambiare lo stato delle cose occorrerebbe una ristrutturazione dei metodi produttivi dell’industria nazionale, un qualcosa difficile da immaginare e che può influenzare la scelta del Paese asiatico come fornitore oppure, quando non vi siano alternative, che costringe ad accettare maggiori costi di importazione.
Impatto sui costi logistici e sullo shipping
Il CBAM, di fatto, non incide direttamente sui costi di trasporto, ma modifica la struttura dei costi logistici impattando con una triade di fattori che si riassumono in un maggiore onere documentale, dovuto all’obbligo per spedizionieri e operatori logistici di garantire la tracciabilitá delle emissioni lungo la supply chain, nel rischio di riallocazione delle rotte per rivolgersi ad hub logistici in paesi con ETS più allineati all’UE, riducendo il differenziale di carbon pricing, e nell’aumento dei costi totali di spedizione, non per il trasporto in sé, ma per l’effetto combinato di certificazioni e controlli doganali.
Se si pensa alla Corea del Sud, rimanere competitiva significherebbe rivedere le strategie di export verso l’Europa, valutando alternative energetiche e nuovi modelli di produzione a basse emissioni.
Il CBAM va ben oltre la misura ambientale: è un nuovo paradigma commerciale che ridisegna le catene di fornitura globali. Per l’UE rappresenta un passo decisivo verso la decarbonizzazione industriale; per i partner esteri, un invito – o una pressione – ad accelerare la transizione energetica.



