Una clausola presente nei contratti lavorativi dei marittimi sta dividendo l’Europa e l’approccio a determinate operazioni carico-scarico nei porti. Si tratta della controversia sulla ‘Non‑Seafarers’ Work Clause dell’International Transport Workers’ Federation (ITF), che sta assumendo una dimensione europea.
La clausola, presente in numerosi accordi collettivi dei marittimi, vieta ai membri dell’equipaggio di svolgere attività di movimentazione del carico quando nei porti sono disponibili lavoratori portuali qualificati. Una norma che i sindacati considerano essenziale per tutelare sicurezza e ripartizione delle mansioni, ma che diversi armatori giudicano solo un ostacolo.
Il caso approda alla Corte dell’Aia
La disputa è esplosa nei Paesi Bassi, dove la Corte d’Appello dell’Aia sta valutando la validità della clausola.
L’intervento della Confederazione Europea dei Sindacati (ETUC), ammesso nel procedimento, ha ampliato la portata del caso, estendendolo da ‘semplice’ confronto tra ITF e singoli operatori, a questione che tocca l’intero sistema della contrattazione collettiva nel settore marittimo europeo.
Per altro, la Corte dell’Aia ha annunciato l’intenzione di rinviare alla Corte di Giustizia dell’Unione Europea alcune questioni preliminari. La CGUE dovrà chiarire se la clausola ITF sia compatibile con il diritto europeo, in particolare con la libertà di prestazione dei servizi e con le norme sulla concorrenza.
Quanto verrà stabilito potrebbe diventare un precedente vincolante per tutti gli Stati membri.
Sicurezza e lavoro: le ragioni dei sindacati
L’ITF sostiene che imporre ai marittimi attività di lashing e unlashing (che corrispondono alle operazioni di fissaggio e svincolo dei carichi per evitare che si muovano durante la navigazione) oltre ai compiti di bordo, aumenti i rischi per gli equipaggi e crei una sovrapposizione di mansioni non prevista dai contratti.
La clausola, secondo i sindacati, garantisce che il lavoro portuale resti affidato a personale formato e che gli armatori non possano sostituire i dockers con equipaggi meno costosi.
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Le implicazioni per gli armatori italiani
Quanto scaturirà in sede d’appello dalla controversia interessa anche gli armatori italiani, per i quali la decisione della CGUE potrebbe avere effetti significativi in quanto le flotte nazionali operano regolarmente in porti europei dove vigono accordi ITF e dove la disponibilità di manodopera portuale varia sensibilmente.
Se la clausola venisse confermata, gli operatori dovrebbero continuare a ricorrere ai dockers ogni volta che presenti, con un impatto sui costi e sulla pianificazione delle soste.
Al contrario, un’eventuale invalidazione della clausola aprirebbe la strada a una maggiore flessibilità: gli equipaggi potrebbero essere impiegati anche nelle operazioni di carico e scarico, riducendo tempi e spese. Tuttavia, ciò comporterebbe nuove responsabilità per gli armatori, che dovrebbero garantire formazione adeguata e gestire i rischi legati alla sicurezza.
Un equilibrio da ridefinire
Il settore marittimo italiano, già impegnato nella transizione energetica e nella modernizzazione delle flotte, si trova ora di fronte a un possibile cambiamento delle regole del lavoro a bordo.
La decisione della CGUE potrebbe ridefinire l’equilibrio tra efficienza delle operazioni e tutela dei lavoratori, influenzando strategie, contratti e modelli organizzativi degli armatori nazionali.
Fonte: splash247.com




