Che sia il cambiamento climatico o meno, il 2019 si sta dando da fare per entrare nel libro nero del maltempo: dal viadotto A6 alle voragini sulle A10 e A21, passando per l’acqua alta veneziana ed i fiumi di fango del Sud Italia, la storia che si delinea parla di fragilità del territorio, ma anche di incuria infrastrutturale.

Soprattutto, il Paese appare impotente spettatore di fronte a quello che dovrebbe essere ormai un dato di fatto, vale a dire che i fenomeni climatici presentano con maggior frequenza che in passato caratteristiche di persistenza ed intensità elevate.

Messe a dura prova, le nostre infrastrutture fanno quel che possono e, quando reggono, a volte è il territorio che le circonda a tradirle. Non sarebbe dunque il caso di avere un piano strategico per prevenire tutto ciò?

L’Italia è un Paese che ha storicamente costruito la sua fortuna sul trasporti su gomma, quanto le costano oggi i rallentamenti e gli stop causati all’ingranaggio logistico dal maltempo?

Liguria, uno stato di emergenza perenne

Parlando della Liguria, che, tra porto di Genova, porto di Vado ed aree ex-Ilva (sorelle oggi meno famose di quelle tarantine, anch’esse coinvolte nell’affaire Arcelor Mittal), rappresenta pur sempre uno di quei vertici del quadrilatero industriale del nord Italia, non si può che notare come uno dei principali sbocchi a mare del Paese viva in uno stato di emergenza infrastrutturale costante.

Con alle spalle la tragedia del ponte Morandi, il crollo del viadotto A6 sulle Autostrade dei Fiori, se non altro, va a penalizzare la regione solo da un punto di vista viario e non anche di bilancio umano.

Si tratta però di un’arteria fondamentale per il trasporto che da Torino viaggia verso Savona, quindi verso il terminal container di Vado Ligure: adesso la ricostruzione promette di essere fatta in tempi record – appena 4 mesi – con il riconoscimento di un “piano straordinario” per la Liguria da parte della Ministra De Micheli.

In cifre, si parla, al netto della ricostruzione del viadotto e della messa in sicurezza della porzione di territorio, di uno stanziamento da 18 milioni di euro per la viabilità provinciale, ossia quella alternativa che in queste ore è praticamente stata azzerata da frane e smottamenti.

Il crollo del Viadotto A6 – immagini VVFF via Primocanale.it

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Un piano Marshall per le infrastrutture?

D’altronde, è la stessa Confindustria a chiedere a gran voce un piano strutturale e strategico per le infrastrutture liguri e non solo. 

Il presidente Giovanni Mondini, durante il Convegno sul Distretto Industriale del Porto di Genova ha affermato che: «bisogna prevenire sempre di più e contemporaneamente pensare al futuro e quindi non rimandare più tutte le opere infrastrutturali necessarie per questo territorio, dalla Gronda al Terzo Valico, che se fossero già state realizzate rappresenterebbero alternative per lo sviluppo» e che «Qualcuno parla di un “piano Marshall” per questo Paese. La fragilità del territorio dimostra che dobbiamo fare qualcosa, quello che noi chiamiamo un “piano choc” sulle infrastrutture, ricorrendo alla gestione commissariale per poterle realizzare velocemente, come Genova ha dimostrato con l’esperienza del ponte Morandi. Deve diventare esempio per un piano veloce di adeguamento delle infrastrutture» (riportato ne Il Secolo XIX).

Per capire l’entità del problema, basti pensare che fermandosi alle due ondate di maltempo del 21 e 22 ottobre e del 2 e 3 novembre scorsi, la conta dei danni rilevati dagli enti pubblici liguri era di 65 milioni di euro.

La fragilità del territorio e dei collegamenti non è però questione solo ligure: il Piemonte sta pagando un dazio altissimo in termini di strade inagibili, altre tratte autostradali hanno subìto danni (A10 e A21), le ferrovie subiscono spesso rallentamenti o sospensioni tra Milano, Genova e Torino ed il sud Italia non è esente da disagi.

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Quali i danni al settore logistico?

Fare una conta completa dei danni è difficilissimo, se non impensabile. Data la vastità del settore, la quantificazione più facile avviene, ad esempio, quando al maltempo si accosta l’agricoltura.

La penultima ondata di intemperie, mentre l’attenzione era dominata dalla storica “acqua granda” di Venezia, ha visto piogge, esondazioni e nevicate eccezionali mettere in ginocchio tutta la filiera agricola dall’Emilia-Romagna all’Alto Adige.

Si pensi che, con i campi trasformati in paludi o piste da sci, la raccolta di frutta di stagione è slittata, con danni enormi a partire quindi dai primissimi passaggi della filiera stessa: per Confagricoltura i danni ammontano ad almeno 500 milioni di euro, per altri, come il presidente della regione Veneto Luca Zaia, quella somma corrisponde solo al risarcimento necessario al suo territorio.

Situazioni meno spettacolari ma ugualmente preoccupanti si sono avute anche in altre zone d’Italia: sulla base di dati Eswd – come riporta il Sole24Ore – Coldiretti ha elaborato che negli ultimi 365 giorni sono «sono più che raddoppiate in Italia le tempeste di pioggia, vento, neve, grandine e trombe d’aria, con un aumento record del +121%».

L’Osservatorio di Legambiente ha, da par suo, rilevato che dal 2010 ad inizio novembre 2019 il maltempo ha provocato danni rilevanti a 350 Comuni della penisola, 73 giorni di stop a metro e treni, nonché 72 giorni di blackout elettrici.

L’Italia si pone così come l’unico grande Paese europeo che non è in possesso di un piano di adattamento al clima, che si rispecchia in un rapporto di spesa tra riparazione dei danni e prevenzione pari a 4 a 1.

Calcolare i danni reali, complessivi, diretti ed indiretti che questa situazione ripetitiva porta al settore logistico è affare arduo nell’immediato: l’impatto si vedrà con il tempo, sommando i disagi nei trasporti delle merci ai danni direttamente riportati dalle strutture coinvolte dalle calamità.

Ma, se contro la forza della natura si può fare poco, se non entrare in una diversa ottica di rapporto con essa, un Paese che intende mantenere una leadership industriale e commerciale non può pensare di navigare a vista per sempre.

Soprattutto a bordo di una barca alla quale non fa manutenzione.

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