Investire, ma in che cosa? Secondo gli Italiani e secondo chi effettua ricerche di settore, i cardini del prossimo futuro di un’Italia competitiva sono due ed entrambe legati a delle rivoluzioni tecnologiche.

La digitalizzazione, legata a doppio filo alla diffusione del 5G, e la sostenibilità, intesa come nuove, più efficienti e più pulite infrastrutture energetiche.

Il mondo sta cambiando rapidamente come mai prima d’ora e persino una nazione ‘resistente’ come la nostra alle forme di innovazione sente il bisogno di approfittare di nuovi strumenti.

Ecco così che a chiedere il 5G perché più pratico di una connessione fissa ad internet, più vincolante, più adatta a strutture aziendali ‘di un tempo’, sono proprio le microimprese, quelle che costituiscono il grosso del nostro tessuto economico.

Assieme alla digitalizzazione si fa però largo anche la richiesta di energia pulita, che è da molti vista, anche se non con chiarezza, legata proprio al digitale.

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Il futuro dell’Italia nel segno delle ‘transizioni’

Transizione digitale e transizione ‘green’: per tornare ad essere competitiva l’Italia, almeno nei desideri di imprese e cittadini, deve puntare sui questi due aspetti.La rete infrastrutturale è pertanto vista come una leva per compiere una nuova ‘rivoluzione industriale’, ma anche sociale.

Su questi temi si è soffermato il secondo appuntamento dell’EY Summit Infrastrutture 2021, in apertura del quale Massimo Antonelli, Regional Managing Partner dell’area Mediterranea e CEO per l’Italia di EY, ha evidenziato l’importanza di mettere in campo le riforme necessarie ad accompagnare il processo di transizione energetica e digitale del Paese: 

«La transizione digitale e quella energetica sono due pilastri per la trasformazione del nostro Paese. Lo si evince dal PNRR, in cui come sappiamo le due aree insieme assorbono il 67% del piano, e lo confermano anche i risultati della nostra recente indagine EY-SWG che indica due priorità: il passaggio completo alle energie rinnovabili per le infrastrutture delle utilities (secondo il 54% dei manager) e il potenziamento delle infrastrutture di connettività (40%). Quello che ancora poco viene riconosciuto, invece, è quanto le due transizioni siano interdipendenti tra loro. Questo concetto è essenziale come lo è la necessità di fare delle riforme coraggiose che permettano ad amministrazione, imprese e parti sociali di collaborare nel migliore dei modi per costruire tutti insieme un futuro più sostenibile per le nuove generazioni, facendo fronte in modo responsabile agli impatti sociali che le trasformazioni origineranno».

 

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Transizione energetica e digitale, gemelli diversi?

Rafforzare le tecnologie digitali risulta imprescindibile per lo sviluppo di tutte le priorità individuate nel PNRR e contribuire positivamente anche alla sostenibilità del Paese. È quanto emerge anche dalla seconda parte dello studio EY-SWG per il Summit Infrastrutture che ha coinvolto oltre 400 manager e dirigenti pubblici italiani che si sono espressi sui temi della digitalizzazione e della sostenibilità, due ambiti che sono al centro del Recovery Plan messo a punto dal governo Draghi.

I nuovi dati dell’indagine, presentati oggi durante il Summit, certificano che i manager sono ampiamente consapevoli della sinergia tra transizione energetica e digitale, che possono fare la differenza in termini di risparmio di energia e minor spreco delle risorse ambientali: secondo il 95% dei partecipanti, il rafforzamento delle tecnologie digitali non potrà che dare un contributo positivo ai processi di sostenibilità.

L’Italia registra già un buon livello di sviluppo nella transizione energetica grazie alla proattività di alcuni grandi attori del settore e al supporto di una legislazione incentivante, oltre che di una risposta positiva dell’intera filiera, utenza inclusa. Infatti, sul tema delle infrastrutture per le utilities, tra le priorità degli intervistati primeggia la transizione completa alle energie rinnovabili (54%), seguita dall’ottimizzazione dell’utilizzo delle infrastrutture fisiche, come la fibra, l’energia elettrica sugli stessi tralicci e l’unione di gas e idrogeno nella stessa pipeline (37%), e dalla costruzione di termovalorizzatori per la produzione di energia dai rifiuti (sempre 37%).

Infine, un 32% pone l’accento sulla necessità di rendere più efficiente la rete idrica. L’energia del futuro sarà decarbonizzata, decentralizzata e digitale. La catena del valore dell’energia, quindi, muterà e impatterà su produzione, consumi e infrastrutture coinvolte, e sarà pertanto necessario avere le competenze utili a introdurre e valorizzare le tecnologie digitali richieste.

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Infrastrutture digitali e 5G: lo stato dell’arte

Tra la fine del 2020 e i primi mesi del 2021 c’è stata una crescita sostenuta di offerte commerciali 5G in tutto il mondo, e in Italia la copertura della popolazione con almeno tre operatori ha raggiunto il 20%, raddoppiando in un anno, mentre uno degli operatori ha già raggiunto il 91% della copertura attraverso l’attivazione dell’infrastruttura 5G ready, che raggiungerà il 99% della popolazione entro il 2025.

Nel leggere questi dati bisogna tener conto, però, che non si può più parlare  solo di una singola tecnologia ma che le infrastrutture digitali includono anche il cloud computing, le reti IoT e la sensoristica,  ambiti che necessitano di ulteriori sviluppi, e che queste percentuali vanno analizzate anche alla luce del gap infrastrutturale di alcuni territori, oltre che con la capacità di utilizzo da parte delle aziende stesse e della pubblica amministrazione, settori che dimostrano per contro una certa arretratezza.

Il 75% delle aziende a livello mondiale non ha infatti piena consapevolezza delle potenzialità del 5G e di come utilizzarlo. È quindi imprescindibile un’azione di sensibilizzazione e di accompagnamento alla trasformazione, l’accelerazione deve avvenire sulla base delle attese dei clienti, ma anche e soprattutto delle necessità delle aziende. Guardando invece all’Italia, soltanto il 31% delle microimprese afferma di voler utilizzare una connessione 5G al posto di internet fisso, mentre il 46% delle PMI sostiene che se ne servirà per migliorare i processi aziendali, una percentuale che però sale a quota 46% se si escludono le PMI.

 

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Il 5G sarà decisivo 

È ormai sempre più evidente che le reti 5G si pongono come abilitatori di servizi innovativi per il consumatore ma soprattutto per le grandi imprese, per l’industria 4.0, per i servizi IoT di Smart Grid, per i servizi Smart City, e non solo.

I benefici di queste reti sono riconosciuti da una fetta importante dei cittadini del nostro Paese, come ci mostra la nuova analisi di EY “Decoding the digital home”, che intervista oltre 3000 famiglie italiane. Infatti, il 42% delle famiglie pensa che le reti di nuova generazione garantiranno una connettività più affidabile e costante in casa e in mobilità, ed il 24% è convinto che presto utilizzerà la rete 5G come connessione internet principale per il nucleo familiare. In particolare, tra i fattori che spingono gli italiani ad optare per una connessione di banda larga mobile ci sono: un canone mensile inferiore rispetto a quello su rete fissa (46%), un segnale più affidabile (40%) ed una velocità di navigazione migliore (39%).

Tuttavia, il 25% degli italiani dichiara di non essere consapevole delle caratteristiche e dei vantaggi della tecnologia mobile 5G. Infatti, nonostante le rassicurazioni da parte di provider e governo relativamente alla sicurezza della rete 5G, il 31% delle famiglie italiane non sono tranquille nell’utilizzare i servizi 5G. Nonostante questo, il 5% ha già sottoscritto un piano mobile 5G e il 30% delle famiglie è interessato a effettuare l’upgrade. 

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Il PNRR: sostegno all’infrastruttura digitale del Paese

Anche a livello regionale la copertura in Italia risulta poco uniforme, anche forse a causa del sistema produttivo italiano localizzato in determinati territori. Tra le regioni maggiormente coperte, in pole position troviamo Valle d’Aosta, Basilicata e Molise (98% copertura), seguite da Veneto, Friuli-Venezia Giulia, Marche, Abruzzo, Calabria, (97%). Non male anche Trentino-Alto Adige, Umbria e Campania (96% copertura), Emilia-Romagna e Liguria (95%), Sicilia (93%), Piemonte (92%). Si scende sotto l’80% con Toscana e Lazio (copertura 88%), Lombardia (87%), Sardegna (84%) e Puglia, in ultima posizione (76%). È fondamentale, quindi, supportare i territori che trainano le filiere produttive e che si trovano in una condizione di gap infrastrutturale, anche grazie alla dote di 6,7 miliardi di euro previsti nel PNRR per l’infrastrutturazione digitale del Paese.

 

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La centralità del capitale umano

La digitalizzazione dell’Italia dovrà quindi tenere in considerazione tre elementi: sviluppo delle reti, copertura del territorio e dei settori abilitanti, competenze digitali del capitale umano coinvolto nel processo. Il cambiamento, già in atto, impatta infatti su più soggetti (Pubblica Amministrazione, aziende, PMI, lavoratori, utenti ecc.) che dovranno essere coinvolti attraverso percorsi di aggiornamento e formazione. Il processo di transizione digitale prevede una vera e propria revisione dei modelli, dei processi e degli spazi di lavoro in un’ottica di efficientamento che riconfigura le tradizionali catene del valore e le modalità operative. Così, per il 46% degli italiani occorre dare la precedenza all’alfabetizzazione generale dell’utenza.

La transizione digitale potrà esplicare i suoi effetti solo se verranno sviluppate le competenze digitali degli utenti, ma ancora di più di chi avrà la responsabilità di implementare l’innovazione digitale all’interno delle aziende e delle amministrazioni pubbliche. Il 40% degli intervistati, inoltre, sottolinea la necessità di potenziare le infrastrutture di connettività.

Gli investimenti in infrastrutture digitali dovranno pertanto riuscire a saldare il divario di sviluppo tra le diverse aree del Paese. In tal senso, il 54% degli intervistati afferma che occorre privilegiare nell’allocazione delle risorse le aree che più soffrono la carenza infrastrutturale, colmando in questo modo il gap preesistente. Il 34% invece guarda alla localizzazione dei distretti industriali e delle attività produttive come criterio principale per destinare i fondi. 

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