Le emissioni Scope 3 sono diventate il terreno più complesso e strategico della sostenibilità aziendale. Rappresentano la parte predominante dell’impronta carbonica di un’impresa e si estendono ben oltre i confini di responsabilità individuali, coinvolgendo fornitori, partner logistici, clienti e persino l’utilizzo finale dei prodotti.
Per anni sono state considerate un’area nebulosa, difficile da misurare e ancor più da governare; oggi, invece, sono al centro delle strategie di decarbonizzazione e delle pressioni normative e commerciali che stanno plasmando le catene globali del valore.
Scope 3 nel Retail: il caso Walmart
Comprendere lo Scope 3 significa riconoscere che la maggior parte delle emissioni non nasce all’interno dell’azienda, ma lungo la sua supply chain. Nel retail, ad esempio, queste emissioni possono rappresentare fino al 98% del totale, come dimostra il caso Walmart, che ha reso la decarbonizzazione della catena del valore il fulcro della propria strategia ambientale.
Il colosso statunitense ha raggiunto con sei anni di anticipo l’obiettivo di tagliare un miliardo di tonnellate di CO₂ attraverso il programma Project Gigaton, coinvolgendo migliaia di fornitori in un percorso di misurazione e riduzione delle emissioni lungo l’intero ciclo di vita dei prodotti.
Questo traguardo evidenzia come la gestione dello Scope 3 richieda un approccio collaborativo e sistemico, capace di trasformare la relazione con i partner commerciali in un vero e proprio patto di sostenibilità.
Amazon e le iniziative Climate Pledge e Sustainability Exchange
Amazon rappresenta un altro caso emblematico. L’azienda ha compreso che i progressi ottenuti nelle emissioni dirette – come l’introduzione di flotte elettriche o l’uso di energia rinnovabile – non sarebbero stati sufficienti senza un intervento profondo sulla supply chain.
Per questo ha avviato iniziative come il Climate Pledge e la Sustainability Exchange, chiedendo ai fornitori responsabili di oltre metà delle sue emissioni Scope 3 di presentare piani di decarbonizzazione credibili e verificabili.
La scelta del colosso dell’e-commerce si inserisce in una tendenza più ampia: i grandi buyer stanno diventando i principali motori del cambiamento, imponendo standard climatici sempre più stringenti ai partner commerciali e trasformando la disclosure delle emissioni in un requisito per continuare a fare affari con loro.
Cosa cambia a livello pratico
Le implicazioni gestionali di questo scenario che mette le emissioni Scope 3 al centro sono profonde, in quanto le aziende non possono più limitarsi a raccogliere i dati manualmente o a produrre report episodici, ma devono integrare la sostenibilità nei processi di procurement, nelle strategie operative e nei sistemi informativi.
Proprio la qualità del dato diventa un elemento critico, perché senza misurazioni affidabili non è possibile definire obiettivi realistici né dimostrare progressi.
È per questo che stanno emergendo piattaforme digitali dedicate al carbon management, capaci di automatizzare la raccolta dei dati e di migliorare la precisione dei calcoli, riducendo la dipendenza da processi manuali frammentati.
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Pressione normativa sempre più forte
Anche sul fronte normativo, la pressione è in costante aumento. Regolamenti come la CSRD europea (Corporate Sustainability Reporting Directive) o le norme californiane sulla disclosure climatica stanno imponendo obblighi di rendicontazione sempre più rigorosi, che includono esplicitamente lo Scope 3.
Le aziende devono dimostrare non solo di misurare le emissioni, ma anche di migliorare progressivamente la qualità dei dati e di adottare strategie di riduzione coerenti con gli obiettivi climatici globali. La mancata conformità può tradursi in rischi legali, perdita di accesso ai mercati e indebolimento della fiducia degli stakeholder.
Sul piano reputazionale, infine, la gestione dello Scope 3 è diventata un indicatore chiave della credibilità climatica di un’impresa. Clienti, investitori e partner valutano sempre più la trasparenza e la capacità di incidere sull’intera catena del valore. Le aziende che non riescono a fornire dati solidi rischiano di essere escluse dalle supply chain dei grandi player globali, mentre quelle che dimostrano progressi concreti rafforzano la propria posizione competitiva.
Guardando al futuro, la direzione è chiara: la sostenibilità non può più essere confinata all’interno del perimetro aziendale e la decarbonizzazione richiede un approccio integrato, basato su collaborazione, digitalizzazione e standard condivisi.



