La chiusura semi‑totale dello Stretto di Hormuz, conseguenza diretta dell’instabilità in Medio Oriente, sta generando un effetto domino sulle filiere globali dell’edilizia, prospettandosi come una situazione tutt’altro che passeggera, dato che la gestione dei transiti nel braccio di mare che da accesso al Golfo persico rappresenta la principale arma negoziale e di sopravvivenza per l’Iran.
Come riportato in un interessante articolo di AD Middle East, testata specializzata in architettura e design nel Medio Oriente, il blocco parziale del traffico marittimo nell’area del Golfo e l’impennata subita dai prezzi del petrolio stannotrasformando radicalmente tempi, costi e strategie del settore.
In conseguenza, architetti e imprese edili si trovano così a ripensare approvvigionamenti, materiali e processi, in un mondo nel quale la logistica è diventata la prima variabile progettuale da tenere in considerazione.
Un collo di bottiglia globale
Lo Stretto di Hormuz è uno dei corridoi marittimi attraverso i quali transita una quota cruciale delle merci mondiali, cosa oramai nota anche ai bambini. La sua parziale chiusura – con il contagocce sono state lasciate passare poche portacontainer e petroliere legate alle economie occidentali, mentre di qualche spiraglio in più hanno usufruito le navi legate all’alleato cinese – ha rallentato drasticamente il flusso dei container, generando ritardi, sovrapprezzi assicurativi e deviazioni obbligate via Capo di Buona Speranza, con settimane aggiuntive di navigazione.
Se si considera che, secondo la Banca Mondiale, l’80% dei beni globali viaggia via mare, diventa subito evidente la vulnerabilità del settore edilizio, che è fondato su catene modellate secondo lo schema di funzionamento “just‑in‑time” sia per quanto riguarda i materiali, sia per i macchinari e gli smaltimenti.
L’impatto sui costi è stato immediato: prodotti petroliferi come tubazioni e isolanti sono aumentati e aumentano tutt’ora di prezzo, mentre l’enorme famiglia dei materiali energivori – come l’acciaio, l’alluminio, il cemento, i laterizi e le ceramiche – risentono dell’impennata dei costi energetici e delle difficoltà di reperimento. Un rapporto, redatto da Turner & Townsend e citato nell’articolo, che ha un focus particolare sulla realtà del Medio Oriente, segnala aumenti vertiginosi che vanno dal +30% per la costruzione di un grattacielo a New York rispetto al 2020, al +35% a Tokyo, al +40% a Londra.
Le reazioni dei progettisti
Di fronte a questa pressione che il mercato delle costruzioni non era abituato a subire, gli architetti non si limitano a guardare. Diverse sono le testimonianze dei professionisti e delle firme del design e della progettazione che operano a cavallo tra Occidente e Medio Oriente, spesso rappresentative di una realtà molto dinamica legata ai Paesi del Golfo; emerge, dunque, che la crisi sta rimodellando le strategie di procurement dell’architettura, la cui risposta passa attraverso tre direttrici, che sono quelle della flessibilità progettuale, della resilienza della supply chain e della scelta intelligente dei materiali.
Sono proprio le scelte progettuali quelle che possono fare la differenza assorbendo parte del contraccolpo di una Supply Chain diventata imprevedibile: il primo passo è la semplificazione di sistemi costruttivi complessi, il secondo è un attento lavoro sui materiali.
Occorre identificare con largo anticipo gli elementi critici da importare, ma anche – se non soprattutto – valorizzare i materiali locali o le produzioni regionali.
L’instabilità ha reso meno prevedibili i tempi di consegna e le disponibilità, motivo per cui la pianificazione deve essere più serrata e gli studi di progettazione devono effettuare un’accurata revisione delle scelte di finitura, con l’obiettivo di non ripiegare su alternative economiche, ma di individuare soluzioni locali di alta qualità, capaci di garantire una continuità e coerenza estetica.
Verso un nuovo paradigma
La crisi di Hormuz, secondo molti addetti al settore della progettazione, sta accelerando un cambiamento già in atto che vede, un po’ come in tante altre Supply Chain, un’architettura meno dipendente da catene globali – sempre più fragili – e maggiormente radicata nei contesti.
L’architettura con la ‘A’ maiuscola si trova di fronte ad un passaggio da progetti di natura speculativa a interventi definibili ‘legacy‑driven’, dove permanenza, resilienza e rilevanza culturale prevalgono sulla spettacolarità – un cambio sei paradigma non da poco per lo scenario del Golfo, che si è distinto negli ultimi vent’anni come teatro di progetti oltremodo scenografici. L’incertezza, paradossalmente, sta affinando le priorità del settore facendolo puntare su qualità più concrete e radicate nel contesto di appartenenza, come la scelta di materiali locali, un maggior spazio all’artigianato, l’investimento su filiere accorciate e, dunque, su una sostenibilità tangibile.
In questo senso, la chiusura dello Stretto di Hormuz è visibile non solo in quanto crisi logistica, ma piuttosto come catalizzatore di una serie di esigenze. Essa sta, infatti, costringendo l’architettura a interrogarsi sulle proprie forme di dipendenza e a riscoprire la forza dei territori sui quali interviene.
Se la vulnerabilità delle filiere globali è oggi evidente, altrettanto lo è l’opportunità di costruire un futuro più resiliente, intelligente e profondamente radicato nei luoghi – discorso che vale ben al di là del Medio Oriente.



