Supply Chain alimentare: le rotte globali della carne si intrecciano con la geopolitica

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Negli ultimi anni si è capito che niente può esimersi dall’osservare l’andamento della situazione internazionale, nemmeno la più insignificante e apparentemente locale delle produzioni. 

Figuriamoci una filiera come quella alimentare: nella fattispecie, le supply chain globali della carne fresca e di quella congelata rappresentano uno dei sistemi logistici più interconnessi e delicati del commercio agroalimentare. 

Ogni giorno, milioni di tonnellate di carne attraversano oceani e continenti, collegando grandi Paesi produttori a mercati in rapida espansione, tracciando una ragnatela di flussi e scambi su scala planetaria. 

Dal fatidico 2019 in avanti, questo sistema ha dovuto affrontare gli stessi shock senza precedenti che hanno intaccato i trasporti containerizzati e i settori dell’energia: in origine la pandemia, poi la guerra in Ucraina, in seguito la deflagrazione del Medio Oriente, con l’asfissia di Suez come conseguenza agli scontri tra Israele e Hamas, nella prima fase, e la minaccia alla navigazione nello Stretto di Hormuz e nuovamente in quello di Bab-el-Mandeb a partire da fine febbraio. 

Questi eventi hanno messo in luce la fragilità di una filiera che dipende da energia, fertilizzanti e mangimi, oltre che da una logistica completamente refrigerata, dunque energivora. Comprendere come si muovono i flussi, come reagiscono le filiere e quali strategie servono per costruire resilienza e fiducia è una valida cartina di tornasole per leggere molti fenomeni collaterali al riassetto economico mondiale.

Le grandi direttrici del commercio mondiale della carne

Il commercio internazionale della carne bovina, suina e avicola è dominato da pochi grandi esportatori e pochi grandi importatori, con flussi altamente concentrati.

I poli dell’offerta sono concentrati in Brasile, primo esportatore mondiale di carne bovina con volumi che superano i 3,5 milioni di tonnellate annue, l’Australia, leader nei mercati premium dell’Asia orientale grazie a standard elevati e a una forte reputazione qualitativa, e gli Stati Uniti, che esportano tagli di alto valore verso Giappone e Corea del Sud, pur restando anche grandi importatori di carne destinata all’industria di trasformazione.  

Infine l’India, che domina il segmento del carabeef, destinato soprattutto a Medio Oriente e Sud‑Est asiatico.

Guardando ai poli della domanda, si incontra subito la Cina, che è il più grande importatore mondiale di carne, con oltre 3,5 milioni di tonnellate annue. Il Brasile, primo Paese produttore, serve soprattutto Pechino, che assorbe quasi metà del suo export. 

Gli USA, il Giappone e la Corea del Sud rappresentano mercati maturi ma ad alto valore, mentre il Medio Oriente è fortemente dipendente dalle importazioni, con percentuali che, in alcuni Paesi del Golfo, arrivano al 90% del fabbisogno.

Le principali rotte della carne

Dal quadro appena tratteggiato se ne deduce che la prima rotta al mondo per i flussi di carne è quella che dal Sud America sbarca in Asia, ed è dominata dal Brasile.  

In seconda posizione viene la tratta che dall’Oceania arriva sempre in Asia, dedicata al trasporto di carne di qualità ‘premium’, congelata, verso Giappone e Corea.  

Stesso dicasi per la rotta Nord America-Asia, che porta tagli di alta qualità dagli Stati Uniti.  

Le ultime due rotte, per volumi, sono quella che dall’India porta la qualità carabeef a basso costo verso il Medio Oriente e quella che dall’UE esporta in direzione di mercati premium selezionati volumi ridotti di carne, ma ad alto valore.

L’impatto delle crisi geopolitiche sulle filiere globali

Il primo shock per la Supply Chain della carne è stata la guerra in Ucraina: si è trattato del primo colpo portato all’intero sistema, in quanto il conflitto ha stressato la filiera della carne su tre fronti, quello dei costi energetici, quello dei fertilizzanti e dei mangimi e quello delle interruzioni logistiche.

L’aumento dei costi energetici è stato sensibile, dato che la produzione e lavorazione della carne è uno dei comparti più energivori in assoluto: refrigerazione, trasformazione e trasporto dipendono da energia continua. Non è dunque difficile capire perché l’impennata dei prezzi dell’energia al kWh abbia aumentato i costi operativi lungo tutta la catena.

Come se non bastasse, entrambe le nazioni coinvolte nel conflitto che insanguina l’est Europa ricoprivano un ruolo importante per l’industria della carne: Russia e Ucraina sono tra i principali esportatori mondiali di fertilizzanti e cereali e la loro rarefazione ha generato una crisi del settore fertilizzanti e mangimi.

I costi di questi ultimi sono schizzati alle stelle, gli allevatori hanno visto ridursi i propri margini di profitto ed è assai meno che latente il rischio di una contrazione dell’offerta futura.

In quel caso, il Mar Nero è diventato un’area ad alto rischio, con premi assicurativi elevati e rotte deviate, che ha rallentato anche i flussi di prodotti refrigerati e congelati, ma non è stato che un assaggio di quanto adesso sta accadendo – da anni, se si considera il primo periodo di belligeranza degli Houthi in ottica anti-israeliana – tra Mar Rosso e Golfo Persico, dove si concentrano Paesi forti importatori.

La crisi in Medio Oriente e la cold chain

Lo Stretto di Hormuz è uno dei choke‑point più critici del pianeta. Le deflagrazione delle tensioni tra USA e Iran hanno generato la paralisi delle rotte e la deviazione delle navi, con un lungo elenco di carrier che hanno sospeso le operazioni nell’area, rendendo necessario dirottare le navi verso la costa dell’Oman sul Mar arabico o verso l’Africa orientale.

La prima conseguenza è stata ovviamente l’aumento dei costi di trasporto: i container refrigerati hanno visto aumenti che hanno toccato il 300-400%, con sovrapprezzi aggiuntivi dovuti direttamente al rischio geopolitico.

L’impatto sulla cold chain è pesante, perché i ritardi lungo la catena di distribuzione riducono la shelf‑life dei prodotti freschi, costringendo spesso a congelare in transito carni destinate al segmento premium.

A pagare a caro prezzo la situazione sono proprio i Paesi arabi del Golfo, che, in condizioni normali, vantano importazioni che coprono fino al 98% del fabbisogno, motivo per cui la regione è estremamente vulnerabile. I prezzi al consumo sono, di fatto, aumentati e la disponibilità di prodotti freschi è diventata più incerta.

Dazi, costi e resilienza delle filiere

A dimostrare quanto sia complesso e stratificato lo scenario, va considerato anche l’effetto dei dazi commerciali e delle dinamiche protezionistiche innescate da Washington anche al di fuori dei suoi confini.

Le tensioni commerciali all’interno delle trilaterazioni tra USA, UE e Cina hanno ridisegnato, esasperandole, le rotte dell’import-export di carne, con la Cina che ha aumentato gli acquisti dal Sud America, gli USA che hanno diversificato verso Corea e Giappone e l’UE che ha mantenuto nicchie premium, ma con accesso limitato.

La reazione delle filiere ha visto adottare come principali strategie la diversificazione dei porti e delle rotte, l’incremento degli stock di sicurezza, maggiori investimenti in tracciabilità digitale, contratti logistici più flessibili e un maggior ricorso a stock di carne congelata per mitigare i rischi.

USA vs UE: due modelli opposti di supply chain

Per quanto riguarda la Supply Chain della carne, UE e Stati Uniti sono molto diversi.

Gli USA guardano prevalentemente all’efficienza industriale, con un utilizzo diffuso di ormoni e antibiotici, una filiera altamente integrata e orientata al volume, un mercato interno molto sensibile al prezzo e un export focalizzato sui tagli premium.

L’Unione Europea punta maggiormente su regolamentazione del settore e qualità del prodotto, con il divieto totale di utilizzo degli ormoni della crescita, restrizioni decisamente severe sugli antibiotici, la tracciabilità obbligatoria della carne e standard elevati di benessere animale.  

In generale, i consumatori europei sono più attenti all’origine della carne, alla sostenibilità degli allevamenti e alla sicurezza.

Entrambi sono esportatori di tagli di alta qualità, il segmento più in grado di assorbire i rincari, ma anche il primo ad essere ‘tagliato’ in caso di bisogno.

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