Hormuz secondo l’Iran: Bitcoin, assicurazioni digitali e nuove regole per il passaggio

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Teheran ha proposto una sua visione della gestione dei transiti nello Stretto di Hormuz, avanzando così delle condizioni per la riapertura del corridoio da cui passa circa un quinto del petrolio mondiale e che sta pesantemente influendo sulle Supply Chain asiatiche. 

Si tratta di un mix fatto di assicurazioni digitali, dichiarazioni obbligatorie e pagamenti in Bitcoin che mira a trasformare il più delicato chokepoint energetico del pianeta in una zona marittima gestita direttamente dall’Iran, istituzionalizzandone di fatto la funzione di leva economica e geopolitica. 

La mossa solleva non pochi interrogativi sulla sua legittimità in termini di diritto internazionale, ma anche sulle conseguenze che potrebbe portare nei confronti del commercio globale e della stabilità delle Supply Chain.

Hormuz Safe: un’assicurazione strutturata con la blockchain

In primis risalta il progetto ‘Hormuz Safe’, sviluppato dal Ministero dell’Economia iraniano, che introduce polizze marittime digitali basate su verifica crittografica e pagamenti in Bitcoin

Le coperture includono rischi di ispezione, detenzione e confisca, mentre restano esclusi i danni da attacchi armati. Secondo le stime di Teheran, il sistema potrebbe generare oltre 10 miliardi di dollari per le casse iraniane

L’obiettivo è duplice: offrire un’alternativa ai circuiti assicurativi internazionali, che, ora come ora, rifiutano di assicurare i transiti nello stretto e nel Golfo Persico, allo stesso tempo consolidando e garantendosi uno stringente controllo economico sul traffico petrolifero.

La nuova Autorità dello Stretto e le dichiarazioni obbligatorie

Non basta però il semplice pedaggio ai Pasdaran: parallelamente, l’Iran ha istituito la Persian Gulf Strait Authority (PGSA), con lo scopo di imporre a tutte le navi una Vessel Information Declaration prima del transito tra le coste dello stretto.  

I dati richiesti includono il tipo di carico, l’origine e la destinazione, l’identità dell’operatore e la rotta completa, andando a costituire una vera e propria risorsa in termini di informazioni leggibile come un secondo ‘tesoro’ nelle mani di Teheran.

Per le petroliere di Arabia Saudita, Emirati, Kuwait e Iraq, significherebbe infatti consegnare informazioni strategiche direttamente agli Ayatollah. Naturalmente, il non detto è che le navi non conformi rischiano il sequestro.

La compatibilità con il diritto internazionale  

Fin qui, le richieste di Teheran. Su quale base legale potrebbero però essere fondate tali pretese? Lo Stretto di Hormuz è classificato dalla Convenzione ONU sul Diritto del Mare (UNCLOS) come “stretto internazionale” con diritto di passaggio in transito.  

L’Iran non ha ratificato UNCLOS, ma la maggioranza degli Stati considera tali norme parte del diritto consuetudinario, compresi i vicini di casa della Repubblica islamica. 

Una risoluzione ONU votata da 112 Paesi ha definito il quadro proposto sotto la guida della nuova PGSA incompatibile con il diritto marittimo internazionale.  

Finora, però, nessuna marina ha contestato effettivamente le nuove regole.

Quali effetti sul commercio e sulle rotte energetiche?

L’introduzione di assicurazioni crypto e dichiarazioni obbligatorie potrebbe sicuramente aumentare i costi operativi per gli armatori e rallentare i tempi di transito, ma l’altro aspetto che più preoccupa le compagnie marittime è l’esposizione di dati sensibili a un attore regionale coinvolto in prima persona nelle tensioni geopolitiche e potenzialmente interessato a crearne di nuove in futuro.

Proprio per questo il regime proposto da Teheran potrebbe spingere alcuni operatori a cercare rotte alternative, seppur le opzioni siano limitate.

La crescente presenza navale delle Guardie Rivoluzionarie sta già di fatto trasformando Hormuz da corridoio internazionale a zona marittima controllata, con maggiore sorveglianza e minore trasparenza operativa.
La proposta iraniana rappresenta un tentativo di ridefinire gli equilibri nello Stretto di Hormuz attraverso strumenti digitali e normativi, ma sicuramente forzando la mano a proprio vantaggio esclusivo. Se implementato per davvero, il regolamento potrebbe alterare le dinamiche commerciali globali e aprire una nuova crepa nel dibattito sul diritto del mare.

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