Quanto le Supply Chain e le aziende che ne fanno parte sono davvero in grado di garantire per la sostenibilità delle loro filiere? Quanto i manager hanno effettivamente in mano strumenti di controllo relativi ai rischi legati all’ESG?
Una recente analisi di EcoVadis delinea un quadro chiaro, ma allo stesso tempo complesso, della sostenibilità nelle Supply Chain globali. Se le aziende di primo livello, infatti, stanno migliorando le proprie performance ambientali e sociali, questo progresso non si può dire che si estenda ai livelli più profondi della catena di fornitura, dove la gestione dei rischi ESG rimane insufficiente.
Per i manager logistici, ciò significa operare in un contesto in cui la resilienza della supply chain dipende sempre più dalla capacità di misurare, verificare e migliorare la sostenibilità dei fornitori.
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EcoVadis: chi è e perché le sue analisi sono rilevanti
EcoVadis è uno dei principali provider globali di rating ESG applicati alle Supply Chain. La sua metodologia si basa su standard internazionali consolidati e viene applicata a un campione vastissimo: oltre centomila aziende valutate nell’arco di tempo compreso tra il 2021 e il 2025 e quasi duecentomila scorecard analizzate.
La maggior parte delle imprese coinvolte è composta da fornitori Tier 1 che operano nelle catene di approvvigionamento di più di millequattrocento multinazionali. Questa ampiezza conferisce alle analisi EcoVadis un’elevata attendibilità, perché descrivono la realtà operativa di chi lavora quotidianamente nei processi di procurement globali. Per un manager logistico, si tratta dunque di una base empirica preziosa per comprendere lo stato reale della sostenibilità nelle catene di fornitura.
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I progressi interni delle aziende: un quadro in evoluzione
Le analisi mostrano che le imprese non stanno con le mani in mano ed effettivamente vanno tributati loro una serie di progressi significativi all’interno delle proprie strutture. Una quota consistente dei fornitori valutati, per esempio, acquista o genera energia rinnovabile e molte aziende hanno avviato programmi di formazione sul clima.
I punteggi ambientali sono cresciuti in modo costante negli ultimi anni e il numero di imprese che raggiunge livelli avanzati di performance è più che raddoppiato. Anche sul fronte del lavoro e dei diritti umani emergono segnali incoraggianti: molte aziende hanno adottato politiche strutturate di diversità, equità e inclusione, oltre a sistemi consolidati per la salute e sicurezza dei dipendenti. Sono tutti indicatori del fatto che la sostenibilità è ormai integrata nei processi interni e che gli investimenti stanno producendo risultati misurabili.
La sostenibilità nella supply chain: il punto critico
Quando si passa dalla gestione interna alla governance della Supply Chain, il quadro cambia radicalmente. Secondo i dati raccolti da EcoVadis, l’ottanta per cento dei fornitori Tier 1 non dispone di un processo documentato per identificare o gestire i rischi ESG lungo la catena di fornitura. A ciò sia aggiunge che la maggior parte non misura le emissioni Scope 3 upstream e non traccia gli impatti downstream.
I meccanismi di reclamo per i lavoratori nelle fasi più profonde della Supply Chain sono quasi inesistenti e meno dell’uno per cento delle aziende fornisce ai buyer dati granulari e realmente utilizzabili.
Per i manager logistici, tutto ciò rappresenta un collo di bottiglia critico, perché senza informazioni affidabili, la sostenibilità non può essere governata e la resilienza della Supply Chain rimane vulnerabile.
Procurement sostenibile: verifiche deboli e controlli insufficienti
Anche le pratiche di procurement contribuiscono a questa difficoltà. Molte aziende continuano a basarsi su questionari non verificati e su codici di condotta firmati, strumenti utili ma insufficienti per valutare rischi complessi.
Gli audit in loco, che permetterebbero di verificare realmente le condizioni operative dei fornitori, rimangono poco diffusi e sostanzialmente stabili nel tempo. Questo significa che la visibilità oltre il primo livello della catena di fornitura è ancora limitata e che i processi di verifica non sono adeguati alla complessità dei rischi ESG.
Il nodo dei dati: perché l’AI non sta funzionando
Molte aziende stanno introducendo strumenti di intelligenza artificiale nei programmi di procurement sostenibile, soprattutto per validare i dati sulle emissioni. Tuttavia, la base dei fornitori non è pronta a supportare queste tecnologie.
Una parte significativa non fornisce alcun dato carbon e molti altri si limitano a stime aggregate.
Come dovrebbe oramai essere noto, l’AI, senza dati affidabili, non può generare insight utili. Il problema nel campo della logistica non è tecnologico, ma strutturale e riguarda la capacità dei fornitori di misurare e riportare informazioni in modo coerente. Per i manager logistici, questo significa che l’adozione di strumenti avanzati deve essere accompagnata da un lavoro di sviluppo delle competenze dei fornitori.
L’engagement continuativo: l’unico fattore che produce risultati
Un elemento particolarmente interessante emerso dalle analisi EcoVadis riguarda l’efficacia dell’engagement continuativo. Le aziende che vengono valutate più volte nel tempo migliorano in modo significativo le proprie performance, con un incremento medio di dodici punti rispetto a quelle valutate una sola volta.
Questo dimostra che la sostenibilità nella supply chain non si costruisce attraverso esercizi di conformità isolati, ma attraverso un percorso di miglioramento progressivo, fatto di valutazioni periodiche, follow‑up e roadmap chiare. Per i manager logistici, il messaggio da cogliere è che la sostenibilità richiede continuità, misurazione e coinvolgimento.
Le aziende stanno quindi migliorando internamente, ma il vero lavoro da fare è nella base dei fornitori, dove si concentra la maggior parte dei rischi ESG e delle opportunità per irrobustire l a resilienza. Solo un approccio strutturato e costante può colmare il divario tra ciò che le imprese intendono realizzare e ciò che riescono effettivamente a verificare.




