L’overpackaging viene spesso interpretato come il risultato di una progettazione inefficiente degli imballaggi.
Nella pratica operativa delle filiere e-commerce, tuttavia, il fenomeno assume contorni assai diversi: più che un errore, rappresenta frequentemente una risposta organizzativa alla crescente variabilità che caratterizza i processi di fulfillment, trasporto e consegna.
Dietro va inteso il fenomeno della progressiva espansione del commercio elettronico ha aumentato il numero di spedizioni individuali, la frammentazione degli ordini e la pressione sui tempi di evasione.
Secondo Eurostat, nel 2024 il 77% degli utenti Internet dell’Unione Europea ha effettuato acquisti online, contro il 59% del 2014, confermando una crescita strutturale della domanda digitale. In questo scenario il packaging è chiamato a svolgere funzioni che vanno ben oltre la protezione del prodotto: esso deve garantire compatibilità con l’automazione, resistenza durante trasporti complessi, rapidità nelle operazioni di confezionamento e, sempre più spesso, capacità di assorbire inefficienze generate altrove lungo la supply chain.
Le evidenze raccolte dal Green Transition Hub della LIUC Università Cattaneo nel Dossier di Logistica sul tema suggeriscono quindi una lettura differente: l’overpackaging può essere interpretato come il costo fisicamente visibile dell’incertezza operativa.
Quando la variabilità diventa un problema logistico
Nella logistica tradizionale gran parte delle movimentazioni avviene attraverso flussi relativamente stabili e prevedibili. L’e-commerce ha invece introdotto una molteplicità di configurazioni operative caratterizzate da ordini sempre diversi per contenuto, volume, peso e fragilità.
In aggiunta, ogni spedizione richiede decisioni rapide riguardo alla scelta dell’imballaggio, alla protezione del contenuto e alle modalità di movimentazione. È chiaro che più la variabilità aumenta, più diventa difficile individuare una soluzione ottimale per ciascun ordine.
Anche per questo gli operatori tendono ad adottare margini di sicurezza aggiuntivi – ridondanze, potremmo dire – che si traducono in scatole più grandi, maggior impiego di materiale di riempimento e standard di confezionamento conservativi.
La ricerca LIUC mostra come molti attori della filiera ricorrano a formati standardizzati per gestire migliaia di SKU differenti. Il che è una scelta razionale dal punto di vista operativo, ma che, tuttavia, produce inevitabilmente spazi vuoti e minore efficienza volumetrica.
Proteggere il servizio prima del prodotto
Le interviste condotte nell’ambito della ricerca evidenziano come il packaging venga spesso progettato per salvaguardare la continuità del servizio prima ancora dell’ottimizzazione materiale dell’imballo.
La logica è comprensibile: una rottura comporta resi, sostituzioni, reclami e nuovi trasporti. In un contesto nel quale la rapidità della consegna costituisce uno dei principali fattori competitivi, molte organizzazioni preferiscono sovra-proteggere il prodotto piuttosto che aumentare il rischio di anomalie operative.
Un fenomeno analogo emerge anche nella gestione dei resi. Nei comparti fashion e lifestyle, dove i tassi di restituzione possono raggiungere valori molto elevati, come facilmente deducibile da numerose analisi di settore, l’imballaggio viene spesso dimensionato per sopportare un doppio ciclo logistico.
L’eccezione diventa quindi parte integrante dello standard progettuale.
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Dati incompleti, packaging più grande
L’incertezza non deriva soltanto dalla varietà degli ordini, ma una quota significativa del fenomeno è legata alla qualità delle informazioni disponibili.
Dimensioni incomplete, anagrafiche non aggiornate e dati incoerenti tra partner della filiera spingono gli operatori a introdurre ulteriori margini di sicurezza. In assenza di informazioni affidabili, la scatola diventa uno strumento di compensazione del rischio.
Stessa esigenza che emerge anche nei sistemi automatizzati. Tecnologie di right-sizing, confezionamento automatico e ottimizzazione volumetrica richiedono basi dati accurate. Quando tali informazioni mancano, anche gli investimenti tecnologici più avanzati tendono a perdere efficacia.
Non a caso, la ricerca quantitativa della LIUC rileva che il 65% delle aziende non monitora l’overpackaging tramite indicatori dedicati e che la maggioranza continua ad affidare le decisioni di confezionamento principalmente all’esperienza degli operatori.
L’incertezza che la normativa prova a ridurre
Anche il legislatore europeo sta progressivamente affrontando il tema da una prospettiva sistemica. Il nuovo Packaging and Packaging Waste Regulation (PPWR), Regolamento UE 2025/40, introduce requisiti che riguardano non solo i materiali utilizzati ma anche l’efficienza complessiva degli imballaggi. La Commissione Europea ha infatti orientato la normativa verso la riduzione degli spazi inutilizzati e l’ottimizzazione delle risorse impiegate lungo l’intero ciclo logistico.
In tale prospettiva, l’overpackaging appare sempre meno come una questione esclusivamente legata al packaging design e sempre più come un indicatore della capacità della supply chain di governare complessità, variabilità e qualità delle informazioni disponibili.




