«Alexa, chi ha cucito i miei jeans?» era una delle poche domande alle quali l’assistente vocale di Amazon non vi avrebbe risposto. Invece, da fine Novembre, è consultabile l’elenco dei fornitori del più grande negozio online del mondo, dopo che una decisa polemica aveva attaccato frontalmente l’immagine del brand.

Un passo avanti che rappresenta un’inversione di tendenza per Amazon, un passo avanti verso una “supply chain trasparente”, ma ancora troppo poco secondo le associazioni che si occupano di diritti umani.

Perché la questione di fondo è proprio questa: rendere sostenibiliper tutti, ovunque nel mondo – le supply chain del terzo millennio.

La Supply Chain di Amazon – via sustainability.aboutamazon.com

I fornitori “segreti” di Amazon

Pare impossibile negli anni Duemila, eppure, presi dallo scintillio della società consumistica, a volte sfuggono dettagli fondamentali, se così possiamo chiamarli, sull’operato di un grande brand.

Così, fino a metà novembre di quest’anno, un colosso sulla bocca di tutti (e sotto i polpastrelli di tutti i novelli cyber-acquirenti) come Amazon poteva ancora esprimere il proprio secco diniego di fronte alla richiesta di rivelare i fornitori dei propri prodotti, tramite l’ufficiale bocca del suo vice presidente di Amazon Fashion Europe, John Boumphrey, interpellato da FashionNetwork.com.

Amazon, infatti, non è più solo una vetrina online per i prodotti altrui, ma è a sua volta divenuto un Marchio a tutti gli effetti, che compete su differenti segmenti di mercato grazie a numerosissimi brand lanciati (si parla di un centinaio in cinque anni).

È dunque lecito chiedersi chi, materialmente, produca i capi di abbigliamento (e non solo) che Amazon vende.

La segretezza sulla supply chain dell’azienda controllata da Jeff Bezos è dunque inaspettatamente caduta, con la pubblicazione di una mappa interattiva che localizza le diverse aziende che producono “qualcosa” per Amazon.

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Sono 4 i siti produttivi nella supply chain di Amazon

Zoomando sull’Italia, le aziende fornitrici di Amazon sono 3: la Soffass Converting, la Intercos Europe e la Fippi SpA di Milano.

Le aziende fornitrici di Amazon: 505 cinesi, 29 di Taiwan, 168 indiane, 23 del Bangladesh, 6 del Pakistan, 55 del Vietnam, 31 giapponesi, 29 dello Sri Lanka, 10 dell’Indonesia, 14 dalla Thailandia, 13 malesi e 13 filippine, 12 della Corea del Sud, 7 della Cambogia e 4 del Madagascar. Ancora, 102 aziende statunitensi, 12 fabbricanti messicani, 10 aziende del Regno Unito, 9 della Polonia, 4 dell’Italia e 11 della Turchia

Soffass, con sede a Lucca, fa parte di Sofidel, che fornisce bobine di carta assorbente poi noti sotto il Marchio Regina, Fippi è una storica azienda milanese del settore dei pannolini e degli assorbenti, mentre Intercos è un Gruppo internazionale con diverse sedi nel nostro Paese (Agrate Brianza e Dovera, presso Cremona, sono quelle citate da Amazon) che produce cosmetici.

L’etichetta pubblicata da Amazon non rivela molto più del nome, della sede e del numero di lavori impiegati (compresa la percentuale di donne), lasciando quindi spazio a diversi interrogativi, soprattutto perché si tratta della supply chain di una delle prime aziende al mondo, con un fatturato che ha sfiorato i 70 miliardi di dollari nel terzo trimestre del 2019 e che cresce del 24% su base annua, e, dunque, anche una di quelle da cui ci si aspetta più responsabilità per l’impatto sociale e civile delle sue azioni.

La Supply Chain di Amazon – via sustainability.aboutamazon.com

Le informazioni sul settore produttivo delle aziende con sede in Italia, ad esempio, le abbiamo ricavate cercandole autonomamente su internet, in quanto non è nemmeno presente un link diretto ai rispettivi siti.

Se farsi un’idea di cosa si celi dietro a molti brand occidentali è relativamente facile, altrettanto non si può dire quando si parla di aziende provenienti dal mondo asiatico o da aree terzomondiali: è qui, infatti, che si concentra il nocciolo della questione.

 

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Supply chain sostenibile, una questione di diritti umani

Va detto che la repentina pubblicazione della lista dei fornitori di Amazon non appare come un gesto del tutto spontaneo, bensì suscitato da una catena di eventi ben precisi.

Non più tardi del 23 ottobre scorso era infatti stata scoccata nientemeno che dal Wall Street Journal una freccia diretta in pieno nel bersaglio Amazon: dopo la strage di lavoratori in seguito al crollo di una fabbrica in Bangladesh avvenuta nel 2013, la maggior parte delle aziende statunitensi hanno accettato di riconoscere la pericolosità certe realtà che non riconoscono neppure i minimi diritti dei lavoratori, mentre Amazon, non rivelando i propri fornitori, si poneva come voce fuori dal coro.

Il punto è semplice: non indicare chi fa parte della propria supply chain lascia intuire che, forse, non si è nemmeno in grado di ricostruire esattamente tutta la catena di fornitura, specie in quei Paesi che non impongono per legge una tracciabilità della filiera.

A seguito dei 1.100 morti dello stabilimento bangladese, con il beneficio del dubbio di non sapere dove venissero prodotti molti capi di abbigliamento marchiati da Amazon (benché sulle etichette il “made in…” sia inequivocabile), il WSJ ha avanzato l’ipotesi che tra i suoi fornitori vi possano essere anche aziende inserite nelle cosiddette black list.

photo credit: Topu Saha Mymensingh, Bangladesh via photopin (license)

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Human Rights Watch, ONG attiva proprio in merito al rispetto dei diritti umani e dei lavoratori, ha accolto con favore il cambio di rotta di Amazon e la pubblicazione dei fornitori; tuttavia, ha sollevato alcune critiche, di certo costruttive: non è per esempio identificabile il settore merceologico in cui le aziende elencate operano e, in generale, le informazioni sono scarne.

Non solo: a dirla tutta, infatti, Amazon non ha sbandierato particolarmente quella che comunque potrebbe apparire come una scelta di maggior rispetto e consapevolezza, non avendo nemmeno indetto una conferenza stampa o fatto una comunicazione ufficiale che accompagnasse la pubblicazione.

Inoltre – noi stessi abbiamo dovuto scartabellare un po’ nei meandri del sito statunitense di Amazonnon è per nulla intuibile dove si trovi la mappa con l’elenco dei fornitori. Non esattamente il massimo della chiarezza che ci si aspetterebbe da un’azienda del suo calibro.

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