Autotrasporto italiano: un settore in panne

È noto che i costi dell’autotrasporto italiano sono tra i più alti d’Europa, causando un forte squilibrio a danno dei vettori italiani non solo nei trasporti internazionali, ma anche in quelli nazionali (dove gli stranieri svolgono abbondantemente cabotaggio stradale legale e illegale).

Una misura di tale svantaggio è stata fatta dal Comité National Routier, l’organismo del ministero dei Trasporti francese che segue il trasporto stradale e che periodicamente svolge ricerche sul settore nei vari Paesi europei. La scorsa estate ha pubblicato un fascicolo monografico sull’Italia, basato su una ricerca svolta nel 2017 in collaborazione con l’associazione degli autotrasportatori italiani Anita.

Un elemento interessante della ricerca, prima di quello relativo ai costi, riguarda l’evoluzione, o meglio l’involuzione, dell’autotrasporto internazionale svolto dai vettori italiani: nel 2008, hanno trasportato 28.638 milioni di tonnellate per chilometri, valore che è precipitato a 12.355 milioni nel 2016, ultimo anno rilevato da Eurostat. In pratica, il traffico internazionale svolto dall’autotrasporto italiano è meno che dimezzato in soli otto anni.

Pure il trasporto nazionale è crollato, anche se con un tasso inferiore, passando da 151.823 milioni di tonnellate per chilometri a 100.282 milioni. Una delle cause del crollo del trasporto interno svolto da vettori nazionali è l’aumento del cabotaggio stradale, ossia del trasporto nazionale svolto da vettori stranieri. La normativa comunitaria consente quest’attività, ma con precisi limiti: obbligo d’ingresso nel Paese con un trasporto internazionale e un numero massimo di tre trasporti nazionali in una settimana. La
ricerca del CNR mostra che l’autotrasporto italiano ha un bilancio negativo nel cabotaggio, ossia “importa” più cabotaggio di quanto ne “esporta”.

L’attività di cabotaggio degli italiani all’estero è dimezzata negli ultimi otto anni, passando da 1049 milioni di tonnellate per chilometri del 2008 a 502 milioni, portando l’Italia al sedicesimo posto nella classifica dei Paesi “cabotatori” dell’Unione Europea (dominata dalla Polonia). Viceversa, il trasporto nazionale svolto in cabotaggio sul territorio italiano è aumentato da 1062 milioni di tonnellate per chilometri del 2008 a 1912 milioni del 2016, anno in cui ha conquistato l’18% dell’intero autotrasporto nazionale. E questi sono i dati ufficiali dell’Eurostat, che si riferiscono al cabotaggio legale e che potrebbero crescere in modo rilevante se considerassimo quello svolto in modo illegale (di cui, però, il rapporto del CNR non parla).

Ma il capitolo che mostra le maggiori differenze tra l’autotrasporto italiano e quello europeo, soprattutto quello dell’Est, riguarda i costi. La ricerca considera quelli di un autoarticolato che svolge trasporto internazionale rilevati intervistando dieci grandi aziende con sede in Veneto e Trentino Alto-Adige. La prima voce considerata è quella dell’autista, per il quale il CNR stima un costo annuale lordo di 55.055 euro. Considerando anche un costo medio annuale di 43mila euro per il gasolio e di 17mila euro per i pedaggi autostradali, più gli altri costi d’esercizio, la ricerca valuta che ogni veicolo costa all’impresa 151mila euro l’anno, a fronte di 123mila euro in Francia. Stimando una percorrenza annuale di 135.540 chilometri, si ottiene un costo di 1,12 euro al chilometro. Sotto tale cifra, l’autotrasporto internazionale diventa antieconomico. Prendendo come paragone l’autotrasporto polacco, al vertice della classifica europea nelle attività internazionali, lo stesso CNR mostra in uno studio a esso dedicato che il costo totale annuo di un autoarticolato, a parità di condizioni, è di 94.493 euro, di cui 20.438 euro per l’autista, con un costo chilometrico di 0,703 euro. A fronte di tali cifre è evidente che l’autotrasporto italiano non ha alcun margine di competitività ed è destinato a soccombere se il Governo non spingerà verso rigorose misure anti-dumping.

A cura di Claudio Corbetta

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