È ormai diventato il tema più ricorrente nelle analisi strategiche europee, quali misure adottare per sanzionare l’invasione da parte della Russia del territorio ucraino e fermare l’escalation quotidiana di un conflitto che minaccia l’intero mondo occidentale. 

È d’altra parte un dato di fatto che la dipendenza energetica dell’Europa dalla Russia quantificabile nel 30-40% del totale degli approvvigionamenti continentali di gas frutti ai russi risorse più che sufficienti a continuare a finanziare lo sforzo bellico in atto. 

Il mese scorso, l’europarlamentare belga Guy Verhofstadt ha diffuso una infografica che mostra come dall’inizio dell’invasione dell’Ucraina l’Unione Europea ha pagato alla Russia un conto energetico salato di oltre 19 miliardi di euro, di cui circa 9 per il petrolio, 9,6 per il gas e poco più di 700 milioni per il carbone. Da esso si evince che le sole sanzioni a carico del carbone siano assolutamente insufficienti a limitare, se non fermare, il finanziamento della guerra stessa da parte degli stati membri della comunità europea.

In questo quadro, l’Italia e la Germania, dipendenti rispettivamente per il 43% ed il 58% dal gas russo, appaiono i paesi più esposti anche in virtù delle scelte energetiche fatte nel passato che precludono un ricorso a tempi brevi a fonti alternative.

 

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Le radici della dipendenza

Negli ultimi dieci anni l’Europa si è resa sempre più dipendente dalle fonti energetiche russe, gas metano in particolare, malgrado, dall’annessione della Crimea in poi, sussistessero numerosi segnali dei possibili rischi in caso di controversie su basi geopolitiche. 

Mentre nel 2014, secondo dati Eurostat, l’Unione Europea era tributaria per il 30% dal gas russo, nel 2021 la sua incidenza ha sfiorato il 47% con una continua progressione che  ha aumentato la fragilità del rapporto in assenza di una ricerca di valide alternative.

Vi è comunque da dire che se l’Europa necessita del gas russo, la Russia ha bisogno di venderlo in grandi quantità costituendo il suo fatturato, unito a quello del petrolio, circa un terzo dell’intero suo PIL. Né sembra realistico pensare alla possibilità di un immediato cambio di indirizzo delle sue esportazioni, ad esempio verso Cina o India, più che per ragioni economiche, per carenza di infrastrutture la cui costruzione richiede tempo ed investimenti dedicati.

L’Italia, si è detto, è tra i paesi più esposti non disponendo di alternative come il nucleare, avendo dismesso buona parte delle centrali a carbone ed accusando pesanti ritardi nelle rinnovabili e nel potenziamento della capacità di rigassificare. Tutti elementi che sono tornati di drammatica attualità e che stanno richiedendo interventi urgenti da parte del Governo ma che necessitano di tempi di attuazione mediamente lunghi.

 

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Le ricadute sulla logistica

Molto di quanto potrà accadere nel caso fosse attuato il tanto discusso embargo energetico, si sta già verificando e, nel caso, sarebbe destinato ad aggravarsi.

In primo luogo, l’aumento dei costi del carburante sta colpendo tutto il mondo del trasporto, in particolare su gomma e aereo. 

Quest’ultimo oltre a manifestarsi nell’aumento dei biglietti di molte tratte per il traffico passeggeri, cosa che comunque rappresenterà un freno alle attività turistiche, ha iniziato a far sentire i suoi effetti sul trasporto merci attraverso supplementi per i voli operanti in Europa e Asia anche per l’esclusione dalle rotte dello spazio aereo dei due paesi belligeranti.

Si ha notizia che aziende come UPS e FedEx Express hanno già introdotto aumenti o supplementi per alcune spedizioni internazionali e per alcuni spostamenti tra l’Europa e gli altri paesi a causa dell’incremento dei costi del carburante che per i vettori aerei costituisce la seconda spesa in assoluto. Tale tendenza sembra destinata ad aumentare in caso di embargo totale del petrolio e del gas russo così come la tensione sui costi derivante dalla minore capacità per l’annullamento di quei voli non più economicamente sostenibili per le restrizioni allo spazio aereo.

Dagli Stati Uniti rimbalza la notizia che alcune società di logistica internazionale suggeriscano ai propri clienti la necessità di diversificare le loro modalità di trasporto proprio per attenuare gli inconvenienti che rischiano di caratterizzare con sempre maggior frequenza la catena di approvvigionamenti. Ad esempio, per spedizioni dall’Asia all’Europa potrebbe risultare più opportuno, se non conveniente, utilizzare il trasporto marittimo verso il Medio Oriente e limitare quello aereo solo per raggiungere la meta finale.

Senza dimenticare, comunque, che alcune compagnie di navigazione quali ad esempio MSC, Maersk, Hapag-Lloyd e Alleanza One hanno deciso di cancellare gli scali in moltissimi porti russi mettendo a rischio l’approvvigionamento di merci fondamentali per le attività produttive o per la catena alimentare.

La Russia, infatti, è il primo produttore al mondo di palladio, il terzo di nichel, alluminio e oro, mentre in Ucraina si trovano i più grandi giacimenti di uranio in Europa oltre che essere il punto di riferimento per l’esportazione di grano e mais ed essere leader mondiale dell’olio di girasole.

 

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Il peso del caro energia 

Il problema è pertanto complesso e si comprende bene la cautela che fino ad oggi ha improntato ogni discussione in merito impedendo di fatto decisioni concrete. Non si tratta infatti soltanto di limitare riscaldamento o condizionatori ma piuttosto di decidere consapevolmente a quanti punti di prodotto interno lordo ogni paese può rinunciare.

Anche individuando fonti energetiche alternative al gas russo e stabilendo nuovi contratti di fornitura, occorrerà passare, con poche eccezioni, dall’attuale sistema di approvvigionamento via gasdotto al trasporto via nave con conseguente rialzo dei prezzi e ricadute sul mercato finale.

L’aumento dei costi già evidenti sulla catena logistica è quindi destinato ad aumentare ed a coinvolgere ogni tipo di prodotto.

E’ di questi giorni la notizia diffusa da Bloomberg che Amazon per la prima volta nella sua storia ha introdotto negli USA un supplemento del 5% motivato dal caro energia da applicare a tutti i venditori che si avvalgono dei servizi di Amazon Logistics, che nella realtà americana vuol dire il 90% delle società venditrici. Un supplemento che comunque, assicura la stessa Amazon, non farà perdere competitività al colosso di Seattle restando al di sotto di quanto praticato, con analoghe motivazioni, dai competitors UPS e Federal Express.

Anche Uber e Lyft stanno introducendo specifici supplementi carburante nell’ambito delle loro attività, per quanto al momento limitatamente al mercato americano che pur rimane meno esposto di quello europeo.

Sembra pertanto partito un incremento prezzi generalizzato che non tarderà ad essere ribaltato sui consumatori finali ed è destinato ad aggiungersi ai problemi già creati dalla carenza di materie prime, dai diminuiti volumi di produzione e dai postumi della pandemia.