Anche una pandemia può diventare un utile laboratorio di idee per il futuro: è quanto emerge dalla recente prima edizione di ‘Meet the Cobot Leaders’, congresso virtuale che Universal Robots, probabilmente una delle più riconosciute firme nel mondo dei robot collaborativi, ha organizzato per l’area del Asia Pacifica.

Il punto di partenza non poteva che essere Lei, la pandemia di Covid-19, elemento imprescindibile nei ragionamenti sul presente e sul futuro del mondo manifatturiero. Non bisogna però spaventarsi, anzi: l’approccio al problema è – e deve essere – costruttivo, con una lettura critica di quanto accaduto a molte supply chain ed una soluzione sul piatto che per Universal Robots risiede proprio nei Cobot.

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La domanda, rivolta alla manifattura asiatica, è ugualmente valida per quella europea o nordamericana: quel domino che ha coinvolto produzione, distribuzione, stoccaggio e vendita delle merci con blocchi a catena, è evitabile nel prossimo futuro?

La presenza di un concreto rischio di ondate cicliche di questa pandemia, nonché l’esposizione in futuro ad altri pericoli più o meno imprevedibili, continuerà a far tenere la manifattura mondiale sotto lo scacco di zone rosse e lockdown?

Sì, se questa rimarrà immobile, no se sarà disposta a fare investimenti per trasformarsi in un processo più efficiente e resiliente.

È qui che i Cobot si inseriscono nella narrazione: il Covid-19, secondo Universal Robots ha funto da catalizzatore per l’attenzione su questi strumenti ad altissima tecnologia; il motivo è semplice: consentono, banalmente, di non interrompere le operazioni, (quasi) qualsiasi esse siano.

Un esempio spicciolo? La sanificazione degli ambienti o dei mezzi di trasporto. Operazione a rischio per il personale umano che può tranquillamente essere svolta dai Cobot.

La pandemia è dunque stata un’acceleratrice per il settore dei robot collaborativi? Potrebbe, secondo UR, ma occorre vincere alcuni luoghi comuni, come il rapporto investimento iniziale-ROI.

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Universal Robots su questo punto batte con decisione: non è l’investimento iniziale il vero ostacolo per l’adozione dei Cobot. D’altronde in circolazione nel mondo ne ha immessi poco meno di 50mila unità, testimonianza del fatto che molti li hanno scelti e non necessariamente solo tra le multinazionali.

I Cobot paiono inarrivabili per molte aziende, ma, sostiene Jürgen von Hollen, Presidente di Universal Robots, in realtà non lo sono. Per von Hollen il punto di fondo è far comprendere alle imprese, soprattutto alle più piccole, quanto l’investimento è in grado di tradursi in un ritorno potente nel giro di poco tempo.

Se implementati in modo strategico, laddove realmente hanno margine di utilizzo, i robot collaborativi sono in grado di ottimizzare i processi produttivi in modo normalmente infattibile.

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ROI, la flessibilità dei Cobot è vincente

In quanto al ROI, poi, i Cobot, offrono un ritorno difficile da comprendere finché non si sperimenta. La chiave di lettura sta nella capacità che una supply chain, la quale integri dei robot collaborativi, ha nell’assorbire la variabilità del lavoro.

L’automazione, insomma, permette di non fermarsi di fronte a praticamente niente, ma soprattutto consente una forte capacità di rimodulazione dei processi.

Il ROI derivante dall’impiego dei Cobot si è rivelato vantaggioso anche in quei mercati soggetti a forte volatilità del cambio valutario, con notevoli fluttuazioni dei prezzi – l’India è uno dei mercati di applicazione con queste caratteristiche, eppure i Cobot ‘vincono’ anche lì, secondo Universal Robots.

Sarebbe proprio la flessibilità che fanno assumere alla supply chain il motivo di tanto entusiasmo nei loro confronti.

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Integrare forza loro umana e robotica

Naturalmente l’avvento di una ‘era dei Cobot’ pone subito domande etiche riguardo il futuro del lavoro ed il loro rapporto con i ‘colleghi’ umani.

La diffidenza nei confronti dei robot collaborativi si supera, sempre secondo UR, osservando i dati sull’occupazione (pre-Covid-19) di quei Paesi nel mondo nei quali il tasso di automazione industriale è il più alto: lì, infatti, la disoccupazione sarebbe al minimo.

Questo perché, secondo UR, lo scenario ottimale non è quello della sostituzione della forza lavoro umana con quella robotica, bensì l’interazione delle due.

Il sistema più efficiente è dunque quello che vede uomini e robot collaborare: uno dei primi compiti dei Robot, d’altronde, è quello di svolgere le operazioni a rischio infortunio per gli operatori in carne ed ossa, aumentando la sicurezza sul lavoro dei secondi e riducendo le eventuali interruzioni della filiera.

Insomma, da qualunque parte li si osservi, i Cobot sembrano portare sempre e solo ad un risultato: la continuità a prescindere dalle condizioni al contorno.

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