Non ci sono prospettive rosee all’orizzonte. La tregua estiva – tale più per la volontà e la necessità di staccare dopo un anno di stress su scala internazionale – sta lasciando il campo ad una nuova risalita dei costi energetici, con rincari anche del 300%.

Un vero e proprio boomerang che affligge la ripresa industriale e che fa tornare in auge tutti i ritornelli dello scorso inverno: le fonderie che non possono lavorare a pieno regime, i trasporti strangolati dai costi di esercizio, tutte le produzioni e le attività energivore che si ritrovano assediate dal dubbio che sia meglio ‘lasciare’ piuttosto che continuare con l’acqua alla gola.

Un esempio in particolare è dato dal settore delle cartiere, coincidente spesso con quello del packaging, fondamentale per tantissime altre produzioni e distribuzioni.

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Packaging, fatturati gonfiati dai costi

Dalle pagine del Corriere della Sera si apprende una storia emblematica: uno dei settori chiave della produzione industriale, ossia quello della carta, rischia il collasso a casa del caro-bolletta.

Carta vuole dire anche packaging, vale a dire un qualcosa del quale ad oggi non posso fare a meno moltissime altre produzioni. Una sua entrata in crisi avrebbe ricadute assai trasversali su molteplici altri settori: non deve trarre in inganno l’aumento di fatturato dichiarato, in quanto è figlio – ed in gran parte eroso – proprio dei costi maggiorati.

L’energia elettrica è rincarata dal 2021 ad oggi da 70 euro a Megawattora a 365-370 euro, con la prospettiva che salga sino a 400 euro/MW entro il prossimo settembre.

Chi si occupa di cartone ondulato e di cartone per impieghi alimentari ha sotto i piedi una duplice faglia a rendere instabile il futuro: la filiera dei fabbricatori di cartone ondulato dichiara infatti un incremento del 130% dei costi delle materie prime, da 300 euro a tonnellata a 700 euro a tonnellata.

La conseguenza? Una ricaduta sui listini e, dunque, sui prezzi dei prodotti destinati al consumo.

 

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Ceramiche, altro settore sotto stress

Un altro dei tanti esempi giunti alla ribalta nazionale è quello delle ceramiche, che rappresentano un settore di eccellenza tra le produzioni della penisola.

Anche in questo caso i rincari sono tornati a far pesare sulle industrie degli extra costi insostenibili: il gas, passato dai 27 centesimi a metro cubo ai 2,40 euro/mc, non rende pensabile proseguire con profitto un’attività che per definizione non si spegne mai.

Ecco dunque tornare lo spettro della chiusura dei forni, se non altro parziale: i distretti di punta, come quello ferrarese o emiliano, puntano molto sull’export, che nella prima parte dell’anno ha ridato ossigeno al comparto dopo l’allentamento della crisi sanitaria.

Tuttavia lo spettro che si agita adesso nei sonni degli industriali è la nuova crescita dei costi dell’energia, destinata ad erodere i guadagni.

In parole povere, quanto visto tra inverno e primavera del 2022 pare essersi solo momentaneamente occultato sotto il tappeto, pronto a tornare a galla con l’autunno. Per l’industria e la logistica, legate a doppio filo, le incognite sono davvero molteplici.