Nella recente assemblea di Confindustria Nautica i toni sono stati decisamente ottimisti, per non dire trionfali: l’economia del mare va a gonfie vele e l’iniezione di fondi in arrivo dal Pnrr rappresenta un’occasione più unica che rara.

Al di là dei facili proclami, effettivamente l’industria marittima, con tutto quel che ne concerne, attraversa un’ottima fase e registra una crescita a due cifre.

Per il governo si tratta di un momento da cogliere per lanciare una strategia a lungo termine, in modo da consolidare il trend: almeno sulla carta, è proprio ciò che andrebbe fatto, ma non tutto quel che luccica è necessariamente oro; sullo shipping internazionale, che è poi del cluster marittimo la parte che più interessa la logistica, pesano infatti le incognite di una geopolitica instabile e di guerre protezionistiche, nemmeno tanto nascoste.

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Una politica nazionale per l’economia del mare

Economia del mare significa tante cose, dai porti mercantili allo shipping, dai litorali in concessione demaniale ai charter marittimi, dalla pesca al turismo. Per il Presidente di Confindustria Carlo Bonomi è giunto il momento di varare una politica nazionale a tal riguardo: mai l’Italia aveva visto – e probabilmente vedrà – una così forte iniezione di liquidità grazie al Pnrr per realizzare progetti, unitamente ad un trend tanto positivo per il comparto.

Il 2021 si chiude infatti per il settore marittimo con un fatturato in crescita del +24%, un record ed uno dei migliori risultati tra tutti quelli dell’industria italiana, che si ripercuote positivamente anche su occupazione ed esportazioni.

 

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Crescita garantita per il Mezzogiorno

Il presidente di Confindustria Nautica Saverio Cecchi ha a sua volta ricordato come una politica condivisa a livello nazionale sull’economia del mare avrebbe un valore strategico per il Mezzogiorno, dato che da essa attinge buona parte delle sue entrate.

Per Cecchi sono necessarie molteplici riforme che vadano dalle concessioni demaniali, in particolare per porti turistici e cantieristica navale, alla riforma della patente nautica.

Quello marittimo è poi il comparto più attento alla transizione ecologica, energetica e digitale. 

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Commercio marittimo e sanzioni

Se in casa la partita da giocare appare ambiziosa ma non impossibile, è in campo estero che serve tenere dritta la barra.

Il fatto che il 90% delle merci sia trasportato via mare fa ovviamente sì che gli interessi di tutte le potenze mondiali si concentrino su di esso, non sempre con intenti benevoli.

Complice l’accelerante della pandemia, stiamo vivendo un periodo caratterizzato dal protezionismo e dalle guerre commerciali e non è un caso che spesso l’arma delle restrizioni e delle sanzioni sia utilizzata in modo politico.

Un esempio è dato dall’ampio raggio delle sanzioni applicate dagli Stati Uniti nei confronti di case di spedizioni marittime o di singole navi, per via di violazioni degli embarghi nei confronti di determinati Paesi.

Secondo l’ultimo numero di GeoTrade, la rivista di geopolitica e commercio estero del centro studi AWOS (A World Of Sanctions), sono 419 le singole navi iscritte nelle Black List del Dipartimento del Tesoro USA per violazioni dirette.

 A preoccupare il commercio marittimo italiano sono però le sanzioni secondarie, secondo le quali gli USA possono rivendicare un’efficacia sanzionatoria anche su soggetti non americani.

Tenendo conto che i regimi sanzionatori internazionali sono assai complessi, l’unico modo per evitare di essere colpiti da essi o di ricavarne danni in termini di reputazione è dotarsi di strumenti compliance.