Per carità, non si tratta ancora di segnali consolidati: un calo delle esportazioni del 3,3% da parte tedesca nel mese di marzo 2022 fa rumore, ma è ancora un dato ‘grezzo’ e poco inserito nel contesto. 

Tuttavia le Cassandre dell’economia potrebbero coglierlo subito come dimostrazione che l’apocalisse inflazionistico sta per travolgere l’economia europea; è però anche possibile che, sebbene con gli sconvolgimenti mondiali in atto dei contraccolpi siano il minimo, drizzare le orecchie non sia neanche del tutto sbagliato.

 

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Export Germania, un barometro

Non v’è dubbio che l’industria tedesca – la mitica industria meccanica e di precisione tedesca – sia la ‘locomotiva’ economica d’Europa. Dunque i segnali che manda hanno un significato e, a più di due mesi dall’inizio dell’invasione russa sul suolo di Kiev, ecco che essa ci manda i primi.

Nel mese di marzo le esportazioni di Berlino hanno subito un calo del 3,3 % rispetto al mese precedente, risultato che non deve stupire dato che sono crollate per effetto delle sanzioni tutte quelle dirette a Mosca: ben il 60% in meno rispetto agli usuali volumi.

Tuttavia le esportazioni tedesche non godono di cattiva salute – in effetti, dopo la frustata dovuta al Covid, un po’ tutta l’economia UE era in ripresa – se, al contempo, registrano ancora un +8% annuo e un incremento del 3,4% mensile delle importazioni, segnale, quest’ultimo, che le sofferenze della catena di approvvigionamento non hanno ancora fatto sentire i propri effetti.

 

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Quanto può reggere Berlino?

In un quadro mondiale che, però, si dipinge con le fosche tinte dei colpi di coda della pandemia sui ritardi e la riorganizzazione di una Supply Chain depotenziata, dei nuovi lockdown portuali ed aeroportuali cinesi e di tutte le conseguenze pratiche e politiche del conflitto russo-ucraino, è lecito chiedersi per quanto tempo il motore economico tedesco non ne risentirà seriamente.

C’è chi fa notare che la metà delle aziende tedesche dipende da fornitori asiatici – leggi cinesi – rendendo anche la Germania fortemente esposta ai vuoti d’aria della catena di aprovvigionamento globale.

Infine c’è l’incognita energetica: Berlino è tra i Paesi più restii nei confronti degli embarghi su petrolio e gas russi; se il primo dei due è ormai in cantiere, del secondo non vogliono nemmeno sentir parlare, ritenendo che gli aumenti delle bollette siano già abbastanza per tagliare le gambe alla ripresa economica, figuriamoci gli effetti di una eventuale transizione ecologica forzata.

Con buona pace degli ideali.

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