Superati i 25 giorni di guerra sta diventando palese che l’invasione russa in suolo ucraino sta diventando una lenta guerra di logoramento. Di conseguenza, gli sconvolgimenti iniziali portati non solo dallo shock delle prime ore, ma anche dal ridisegnarsi in emergenza di una tela di collegamenti logistici nell’Europa dell’Est ed intorno alla Federazione russa, stanno divenendo permanenti.

Un po’ come il Covid, si sta imponendo per cause di forza maggiore una ‘nuova normalità’ dai contorni ancora poco definiti. Essa riguarda, parlando prettamente di logistica, il mondo dei trasporto, delle catene di fornitura di molte materie prime e dei container in cui esse viaggiano.

Propio questi ultimi rimangono adesso intrappolati in un ‘cul de sacconseguente al conflitto ed alle reazioni ad esso da parte del resto del mondo.

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Container intrappolati nel Mar Nero

Un primo punto ruota attorno alle rotte del Mar Nero, dall’inizio della guerra impraticabili. Queste, importanti per molti scambi commerciali, con il loro congelarsi hanno determinato una situazione di fermo per tutti gli scali portuali ed i vettori presenti nell’area coinvolta direttamente dalle operazioni militari. 

Uno degli effetti collaterali colpisce i container, che nella circostanza specifica sono rimasti intrappolati nei porti ucraini, ma non solo.

Interrompendosi gli scambi, tutti i siti di stoccaggio e smistamento della regione ne pagano le conseguenze: come non salpano più container da e verso l’Europa, questo non succede nemmeno verso la Russia stessa, configurando il Mar Nero come un lago nel quale tutto tace, fatta eccezione per le bombe.

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Inutili accumuli sul Mar Baltico

Alla paralisi del Mar Nero si aggiunge il veto implicito di effettuare scambi commerciali, se non per beni di primissima necessità o umanitari, con i porti della Federazione Russa. Ciò accade non soltanto sul versante del Mar Nero, ma anche sul Mar Baltico, in quanto si tratta di una ripercussione diretta delle sanzioni internazionali contro il Cremlino.

Molti vettori marittimi, come Maersk o MSC, hanno decretato nella loro autonomia di aziende private di sospendere le operazioni da e per la Russia; inoltre, alcune nazioni del UE non accolgono più i mercantili russi nei propri porti: di fatto, i rapporti sono congelati.

Con essi sono congelati anche i container, dei quali è stimabile un forte accumulo nelle strutture portuali del Mar Baltico, le cui rotte sono ferme o ridotte alle sole interne all’ambito nazionale.

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Intermodalità interrotta

A cambiare ulteriormente lo scenario vi è anche l’assetto della rete stradale. L’Ucraina, testa di ponte con la Russia, è ovviamente un buco nero sull’atlante stradale, ma l’opzione carrabile per le merci non è praticabile nemmeno passando dalla Bielorussia.

Colpita da analoghi provvedimenti per il suo ruolo di supporto incondizionato alla guerra di Putin, le sue strade di frontiera non sono solo interrotte verso la nazione ucraina, ma anche verso l’altra grande frontiera, quella europea.

Oltre all’ostacolo posto dalle manovre delle colonne militari nel territorio di Minsk, la frontiera con la Polonia è stata bloccata dall’inizio del conflitto dalle manifestazioni organizzate dal movimento Euromaidan, che protesta in favore dell’Ucraina.

La protesta ha avuto, nel weekend scorso, anche l’appoggio del governo polacco, con la polizia che è passata dallo sgomberare le strade allo schierarsi come cuscinetto tra i TIR in entrata ed i cortei. Le code per entrare in Polonia dalla Bielorussia hanno raggiunto i 50 km, la possibilità di far passare merci e container attraverso la frontiera sono nulle.

Si tratta dunque di una situazione senza precedenti, i cui effetti sulla disponibilità di container a livello globale devono ancora farsi sentire appieno.