È salita alla ribalta nel 2020 dopo il primo grande lockdown, dando concreta applicazione ad intenti che serpeggiavano nel mondo dei colletti bianchi e dei liberi professionisti già da tempo: è la Great Resignation, o Grandi Dimissioni, fenomeno che interessa da allora tutto l’Occidente.

Lo stop imposto ai ritmi sfrenati di vita lavorativa dalla pandemia ha portato molti a rivedere i criteri sui quali basare la qualità della propria vita, spingendo una quantità considerevole a prendere la decisine di licenziarsi.

Non un salto nel vuoto, ma una ricerca di migliori condizioni di lavoro, soprattutto in termini di qualità del tempo, oltre che di salario. La logistica non ne è stata esente, ma a due anni dalla prima ondata della Great Resignation le statistiche dicono che l’impatto non è stato negativo.

Significativo il quadro della nazione da cui tutto è partito, ossia gli Stati Uniti.

Leggi anche:
Il sorpasso dei nativi digitali: come cambia il lavoro nella logistica

 

Minimo impatto sui dipendenti della logistica

La triade di anni 2020-’21-’22 non è certo stata semplice per chi lavora nella Supply Chain: anche gli ultimi 365 giorni sono stati costellati di incertezze ed interruzioni dei servizi, con stress supplementari non invidiabili.

Tuttavia, il rapporto annuale sulla retribuzione e sulla carriera nella Supply Chain redatto dall’associazione di settore americana ASCM rivela un quadro diverso da quello che ci si potrebbe immaginare.

Del campione intervistato solo il 14% ha cambiato lavoro, appena il 2% in più dell’anno precedente. 

Quindi i logistici non hanno sposato la teoria della Great Resignation: perché?

 

Leggi anche:
Autotrasporto: +105% delle offerte di lavoro in Italia, incentivi per la patente

 

Stipendi e flessibilità

Ciò che ha minimizzato l’onda d’urto delle Grandi Dimissioni sia comparto americano della logistica si può riassumere in due parole: stipendi e flessibilità.

La seconda, che tanto ha messo in crisi le aziende italiane, spesso impegnate in una lotta intestina, oltre che normativa, fatta anche di pregiudizi nei confronti dello smart working, è stata una delle carte più vincenti giocate dalla Supply Chain made in USA.

Secondo il rapporto ASCM circa due terzi dei professionisti della catena di approvvigionamento lavorano in un ambiente ibrido o del tutto da casa, il che conferma una forte predisposizione alla flessibilità. Dunque le aziende della logistica hanno sfruttato l’occasione a proprio vantaggio, inserendo lo smart working tra i benefit.

Altro capitolo è rappresentato dalle retribuzioni. La fotografia americana vede un costante aumento dei salari: un impiegato nella filiera logistica statunitense guadagna in media intorno ai 96.000 dollari, con un aumento medio annuale del 9%.

Anche le ferie sono generose, con il 48% del campione che dichiara di aver ricevuto almeno 4 settimane di ferie pagate.

Leggi anche:
Software di gestione dei centri logistici: il ROI è garantito

 

Riduzione della forbice uomo-donna

Anche qui, gli States sono in controtendenza nel settore della logistica. Per il secondo anno consecutivo, infatti, le donne al di sotto dei 40 anni guadagnano più dei colleghi uomini, mentre si riduce i divario tra le retribuzioni di uomini e donne al di sopra dei 40 anni.

L’attuale gap nella fascia dei età 40-49 anni è del 15% a favore dei colleghi maschi, che si riduce nelle aziende quotate in borsa; lo stesso dicasi, altro annoso problema, per le differenze di paga tra impiegati bianchi e di colore.

 

Velocità di impiego

Ultimo dato emerso dal report è la velocità con la quale il comparto della logistica americana integra i neolaureati.

Un giovane neolaureato trova infatti lavoro nel giro di tre mesi nell’81% dei casi, mentre un professionista che decida di spostarsi riesce a ricollocarsi entro 3 mesi nel 67% dei casi.