Per la prima volta, dopo sessanta anni, il gigante cinese accusa una significativa decrescita della sua popolazione attestandosi a fine 2022 a 1,412 miliardi di persone perdendo 850.000 unità rispetto all’anno precedente.

Una notizia di certo non inattesa, stante il continuo calo della natalità non arrestato nemmeno dall’abolizione della politica del figlio unico nel 2016, imposta negli anni 80 per fronteggiare il fenomeno opposto e cioè il boom delle nascite.

Nel 2022, con 6,77 nascite ogni 1.000 donne il tasso di natalità ha toccato il suo minimo storico alimentando il timore di una prossima crescita demografica negativa e contribuendo all’invecchiamento della popolazione che oggi ha un età media di 38,4 anni.

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Dati che acquistano maggior forza se confrontati con quelli dell’emergente nazione indiana che vanta una popolazione quasi pari (circa 1,4 miliardi di abitanti) ma un tasso di natalità stimato nel 2021 di 17,5 nati per donna (Cia World Factbook) e, soprattutto, un’età media di 28 anni e dove gli over sessanta rappresentano solo il 10% della popolazione.

Già l’anno in corso potrebbe segnare quindi il sorpasso indiano sulla Cina aprendo una serie di riflessioni anche sul versante economico e sulle potenzialità industriali dei due paesi.

 

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La lezione della pandemia 

La Cina, sino ad oggi, ha ricoperto un ruolo centrale nelle forniture mondiali agendo come “fabbrica del mondo”, grazie ad un ampia disponibilità di mano d’opera a basso costo.

Oliver Chapman, Ceo di OCI e specialista di supply chain ha recentemente espresso alcune opinioni sulle implicazioni che le nuove tendenze demografiche potranno avere sulle catene di approvvigionamento.

Secondo Chapman, una lezione che si può trarre dalle crisi che hanno scosso la comunità internazionale negli ultimi anni è che le supply chain sono particolarmente vulnerabili a improvvisi shock che finiscono per generare disorientamento e, in generale, caos.

I continui lockdown che hanno caratterizzato la Cina, non solo nel periodo di massima pandemia ma soprattutto nel 2021 quando la ripresa era dietro l’angolo, hanno avuto impatti molto negativi sull’intero sistema di forniture.

Fattore, questo, che ha messo in crisi il ruolo cinese e la sua capacità di alimentare con continuità le catene logistiche.

L’insegnamento che se ne deve trarre è quello che occorre mitigare il rischio di tali improvvisi shock cercando di diversificare e non dipendere completamente da una sola fonte di approvvigionamento.

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L’alternativa indiana

In questo nuovo panorama, si inserisce anche il rallentamento dell’economia cinese, con un PIL cresciuto solo del 3% nel 2022, un segnale molto debole sia rispetto al risultato ottenuto nel 2021 pari a +8,4%, sia rispetto agli obiettivi ufficiali posti del 5,5%.

D’altra parte, i produttori indiani hanno già iniziato a competere con quelli cinesi, ed è significativo, a tale proposito, il raddoppio registrato, a dicembre 2022, delle esportazioni indiane di IPhone.

Ciò testimonia la reale possibilità di creare catene di approvvigionamento meno dipendenti da una singola area e come tale scelta possa essere indotta anche dall’evoluzione dei dati demografici ed economici.

E’ opinione di Chapman che l’India, probabilmente, non assumerà in prospettiva un ruolo preminente nelle supply chain come quello ricoperto dalla Cina, né che India e Cina, restino le uniche alternative possibili.

Le recenti difficoltà hanno portato ad una attenta revisione delle singole catene di forniture cercando di adeguarle per rispondere più rapidamente ed efficacemente alla mutevoli circostanze.

Gradualmente si vanno comprendendo anche gli svantaggi dell’esportazione di merci su lunghe distanze, verso l’Europa ed il nord America, come il dipendere dalla Cina o dall’India.

Oltre ai maggiori costi per i trasporti e la minore sostenibilità ambientale, sono richiesti anche tempi di reazione più lunghi.

Anche se gran parte degli operatori concorda con l’idea che l’India diventerà un hub manifatturiero sempre più importante nei prossimi decenni ed un anello importante delle catene di approvvigionamento, è auspicabile che aumenti la quantità di prodotto fabbricato più vicino ai mercati di reale distribuzione e consumo.

Una tendenza che è già in atto e lo sviluppo tecnologico sempre più presente nelle attività logistiche è destinato a confermare.

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