L’ultimo rapporto realizzato dalla società di consulenza McKinsey dal titolo “The State of Fashion 2022”, disegna uno scenario in cui il settore tessile in generale, reduce da un biennio di forte negatività, ha l’opportunità di ritrovare nell’anno in corso le condizioni per una ripresa quantificabile tra il 3% e l’8% rispetto ai livelli del 2019, cioè pre covid.

È stata infatti la diffusione della pandemia a evidenziare molti dei problemi che, seppur parzialmente, già indebolivano il comparto della moda e più facilmente hanno contribuito al crollo delle vendite, la crisi di alcuni brand, la chiusura di molti negozi e la perdita di un numero significativo di posti di lavoro.

Nelle previsioni, sarà la Cina a guidare la crescita unitamente ad un rinnovato positivo trend di consumo negli Stati Uniti, mentre l’Europa marcherà maggiormente il passo con una ripresa più lenta ma costante.

Non è però pensabile che tali risultati si ottengano senza prendere coscienza, e trovar loro soluzione, delle criticità emerse nel periodo pandemico.

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La crisi della logistica

È innegabile che una corretta gestione della catena logistica e degli approvvigionamenti rappresenti una delle chiavi del successo nel settore. Molte aziende specialmente nell’ambito del fast fashion devono il loro posizionamento tra le star del mercato alla capacità di gestione di una supply chain integrata con i processi aziendali e capillare, in grado di assicurare il coordinamento tra fornitori, produzione e distribuzione.

Durante la crisi pandemica, l’interesse dei consumatori, complice l’incertezza del momento, si è spostato verso generi di prima necessità o reputati di maggior utilità rispetto all’abbigliamento che ha così visto flettere inesorabilmente le sue vendite sia sul canale fisico rappresentato dai punti vendita sia su quello on line.

Ciò ha provocato un contraccolpo sull’intera catena degli approvvigionamenti della moda, creando forti tensioni dai negozi sino ai centri di produzione e generando costi aggiuntivi che faranno sentire i loro effetti ancora in un prossimo futuro.

Il rapporto McKinsey pone come condizione per il nuovo periodo di ripresa del mercato l’introduzione di fattori di maggior flessibilità oltre ad una necessaria rivisitazione delle strategie di approvvigionamento dei materiali e dei manufatti esistenti.

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Una nuova prospettiva: il nearshoring

L’affermazione del concetto di nearshoring, dopo lunghi periodi di esaltazione della delocalizzazione più lontana, in nome dell’economicità del prodotto più che delle sue qualità, pone l’accento sulla necessità di ritrovare attenzione per un più diretto controllo dei momenti più critici della catena logistica.

Le indicazioni che emergono dallo studio sono che nel 2022 oltre il 70% delle aziende di moda prevede di riavvicinare i propri centri di produzione ed il 25% intende trasferire l’approvvigionamento, almeno delle componenti considerate strategiche, nei paesi della propria sede.

Inoltre, è esplicito l’invito a riconsiderare come fattore essenziale di sviluppo l’aggiornamento dei sistemi di controllo delle scorte, il cui mantenimento in eccesso rappresenta un onere finanziario. Esso, infatti, incide sui risultati in termini di stoccaggio a magazzino, affitti da corrispondere sugli spazi occupati, tasse da assolvere, costo del lavoro e creazione di minor valore per la naturale obsolescenza a cui sono soggetti i prodotti. 

L’ottimizzazione dell’inventario diventa condizione necessaria per evitare l’eccesso di merce e predisporre le condizioni per la sua movimentazione in base alle richieste della domanda.

Appare quindi strategico acquisire tecniche e strumenti previsionali sia per definire le necessità dei singoli mercati/punti vendita, sia per analizzare i dati di assortimento al fine di renderlo costantemente coerente con le attese dei consumatori.