La prima fase della pandemia aveva colto tutti di sorpresa e, dopo fermi delle operazioni logistiche e catene di fornitura a singhiozzo, dopo chiusure temporanee delle linee di produzione e casse integrazioni, molte voci chiedevano una revisione completa dell’idea stessa di approvvigionamento.

L’industria del Fashion sembra stare dando delle risposte proprio in questo senso: il Covid-19 ha effettivamente modificato i rapporti tra brand e fornitori, ma la prima risposta – ossia quella di diversificare i punti di approvvigionamento – pare non essere la strada vincente.

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Ottimismo sulla capacità di reazione

La primissima reazione dell’industria, della moda ma non solo, alla pandemia era stata ‘chiudersi a riccio’: meno lavoratori in servizio, riduzione delle commesse, dilazione degli ordini, revisione dell’inventario e, nei casi estremi, annullamento degli ordini per fare fronte al calo della domanda.

Avere troppe scorte, non averne del tutto, rimanere senza lavoratori da chiamare rapidamente in servizio o averne troppi senza sapere cosa fargli fare terrorizzava i brand, schiacciati da un andamento sclerotico delle forniture.

Ad un anno di distanza, il Fashion Industry Benchmark Report 2021 condotto da USFIA in collaborazione con il Dipartimento di studi sulla moda e sull’abbigliamento dell’Università del Delaware, evidenzia che queste preoccupazioni sono scemate, lasciando il posto semmai alle preoccupazioni per l’aumento dei costi legati ai rischi logistici.

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Agilità? Più autonomia gestionale 

Malgrado il severo impatto della pandemia sul mercato europeo, crollato di un terzo per quel che riguarda la moda nel primo trimestre 2021, un Marchio come Levi Strauss ha riguadagnato molto terreno con l’eCommerce e, sostiene il CFO Harmit Singh, con l’agilità.

Per agilità si intende non la facilità a saltare rapidamente da un fornitore ad un altro, ma il passaggio ad una mentalità secondo la quale il fornitore è esso stesso strumento alla base dell’agilità aziendale.

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Fornitori di agilità

Una chiave di lettura del cambio di paradigma verso una continua rimodulazione dei flussi di ordini e di forniture potrebbe stare nello sfruttamento da parte dei brand di moda della natura di ‘super vendors’ dei fornitori.

Molti hanno fabbriche in Cina, ma anche in Cambogia, Vietnam, Bangladesh: dunque sono già in grado di spostare la produzione per reagire rapidamente a fattori ‘non economici’ come chiusure imposte per motivi sanitari in un determinato Paese o regione del mondo.

Investendo proprio su questo tipo di relazione commerciale, continuamente rimodulabile, i brand del Fashion possono arrivare a tagliare i tempi di consegna dei prodotti anche di due mesi.

Un esempio arriva dal Bangladesh, dove un marchio della moda britannico starebbe lavorando su ordini di piccole dimensioni rinnovati di volta in volta, consentendo anche un maggior guadagno al fornitore, che ha convenienza a lavorare su lotti più piccoli.

 

Un rapporto di crescita reciproca

Altro aspetto portato da questa fase storica è il maggior investimento da parte dell’industria del Fashion in controlli qualità o audit virtuali nei confronti dei fornitori, ma soprattutto l’impegno a far compiere degli upgrade ai produttori locale.

Alcuni marchi di moda stanno infatti lavorando direttamente con i fornitori per aiutarli a far crescere la loro capacità produttiva, migliorare la qualità dei prodotti o acquisire nuove tecnologie.

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